Tavola Rotonda

Indice dei principali interventi alla tavola rotonda

Cesare Barioli – Maestro di Judo: ”Il progetto educativo del Prof. Jigoro Kano”

Fausto Telleri – Pedagogista dell’Università di Sassari

Roberto Travaglini – Pedagogista dell’Università di Urbino e insegnante di aikido

Andrea Sassoli – Ufficio Educazione fisica del Provveditorato agli Studi di Bologna

Angela M. Toschi – Psicologa dello sport


Paola Rubbi (giornalista):

Buon giorno a tutti, io non sono un viso noto per gli argomenti che si trattano oggi, forse sono un po’ più nota per trent’anni di telegiornale condotto. Devo dire che sono molto grata agli organizzatori di avermi chiamata perché non ne capisco niente di questo argomento e lo dico subito. Quindi, contrariamente a quello che di solito accade nella mia categoria (i giornalisti sono tuttologi e stra-esperti), io sono venuta per imparare. Mi hanno chiesto di moderare un dibattito e tutto sommato, dopo quarant’anni di professione, posso anche farcela; inoltre mi affascina molto l’argomento e quindi ho accettato molto volentieri l’incarico. Chiedo scusa a priori se qualche volta prevaricherò il compito di un moderatore, che è in genere quello di dire: “ e adesso la parola a …”: tutto questo mi sembra così freddo! Se un moderatore sente l’argomento di cui si parla, diventa il primo del pubblico, cioè diventa il primo ad avere delle curiosità, il primo a volerne sapere di più. Il tempo, però, non è tanto, gli oratori sono molti, verrà aperto il dibattito con il pubblico, ragione per cui dico subito come abbiamo pensato di organizzare questo pomeriggio: un primo giro di circa cinque minuti per ciascuno dei presenti alla tavola rotonda, giusto per dare l’avvio ai vari argomenti – è vero che stamattina c’è già stato il primo incontro e la prima parte, però è bene riscaldare un attimo l’ambiente e ricordare le cose – e poi iniziamo il dibattito fra i componenti della tavola, non rotonda, ma lunga che diventerà rotonda subito dopo, quando coinvolgeremo il pubblico con le sue domande. Mi è stato dato un elenco degli interventi e, in ordine cronologico, il primo a prendere la parola senza microfono, così mi è stato detto, perché non ama parlare col microfono – è il primo che mi capita, vi giuro; gli italiani per parlare davanti al microfono venderebbero la mamma – è Cesare Barioli, maestro di judo, che parlerà del progetto educativo del professore Jigoro Kano. Tengo a sottolineare che Barioli è il fondatore del Bu-sen di Milano, e attraverso il Bu Sen sono entrate in Italia la maggior parte delle discipline orientali che attualmente vengono praticate: oltre al judo, l’aikido, il kendo, il karate, fino allo zen. E’ giornalista, scrittore, direttore e ideatore di molte riviste come Samurai, Arti d’oriente; infine è un attento conoscitore della storia, della cultura e dell’arte giapponese.

La parola al Maestro Barioli


Cesare Barioli

Maestro di Judo

 

“Il progetto educativo del prof. Jigoro Kano”

In gioventù il signor Kano ha praticato Jiu-jutsu ricavandone l’impressione che la formula originaria, nata nell’epoca feudale, fosse obsoleta nel mondo moderno.

“E’ ovvio che l’addestramento portava a un miglioramento fisico, dando contemporaneamente la possibilità di formare la personalità sul piano etico-spirituale, ma a quei tempi l’obiettivo non era tanto questo, quanto ed esclusivamente l’insegnamento di attacco e difesa, almeno così lo interpretammo allora sia io che i miei maestri” (1915: 5.1.1).

Il fine ultimo del jiu-jutsu era l’efficacia in combattimento. Kano lo sostituì con il perfezionamento di se stessi per essere utili alla Società.

“Allenarsi nella disciplina del judo significa raggiungere la perfetta conoscenza dello spirito attraverso l’addestramento attacco-difesa e l’assiduo sforzo per ottenere un miglioramento fisico-spirituale. Il perfezionamento dell’io così ottenuto dovrà essere indirizzato al servizio sociale, che costituisce l’obiettivo ultimo del judo” (1915: 5.1.2).

Sostituire il fine ultimo della pratica con il servizio a beneficio della Società, non significa trascurare l’efficacia in combattimento.

“… lo studio e l’allenamento del Kodokan si ispira fin dagli albori al ‘principio delle tre culture’, che sono il bujutsu (arte guerriera), l’educazione fisica (essere sani per essere utili) e la coltivazione intellettuale e morale con applicazione alla vita pratica” (1926: 5.17.3).

Funzionario del Ministero della Pubblica Istruzione, Kano fece adottare la pratica del judo e del kendo come programma di educazione fisica. Incoraggiò sempre l’atletica leggera. Favorì la diffusione del karate in Giappone. Ebbe parole di apprezzamento per lo spirito dilettantistico dei Giochi Olimpici. Incoraggiò un circuito di gare scolastiche.

“Anzitutto i tornei scolastici sono solo un’espressione del judo, una variante di esercizio che abbiamo scoperto per caso lungo il nostro cammino. E da qui deriva la priorità assoluta della loro motivazione, cioè che questi tornei sono un momento di preparazione ad avvenimenti futuri della vita, di cui ignoriamo il tempo e il luogo, quando in ragione di necessità si sarà costretti a combattere per determinare un vero vincitore…

A parte lo spirito di confronto, che può giovare senza meno come affinamento tecnico, un modo di interpretare questi incontri potrebbe essere ‘ospitalità’: accettare altri, esercitare insieme, star bene insieme, scoprire insieme. In tal modo ci si confronta anche sullo spirito e sul comportamento: se sono in difetto, imparerò dall’avversario, se invece è in difetto l’altro, questa volta sarò io la sua guida; stringiamo l’amicizia per conoscerci meglio e per liberarci dal pregiudizio di voler confrontare la nostra scuola di provenienza, dal momento che noi, ora divisi ciascuno dalla propria scuola, domani saremo insieme a lavorare per la causa del Paese e della Società”(1922: 5.6).

Nell’educazione dava molta importanza all’insegnamento silenzioso, cioè ai principi che l’ambiente comunica al giovane nell’età formativa.

“… se qualcuno, pur avendo acquisito la conoscenza del judo, si rattrista inutilmente evocando i propri errori, significa che non ha raggiunto la comprensione del segreto intimo della disciplina. La consapevolezza degli errori, quale constatazione di fatti, è senza dubbio meritevole, ma l’atto stesso di piangere sulle mancanze del passato è vano e infruttuoso…

Chi ha compreso pienamente il significato del judo non si lascia nemmeno trascinare facilmente dall’ira poiché essa, essendo manifestazione di un animo disordinato in cui subentra l’emotività al posto della ragione, non procura alcuna utilità…

Lo stesso discorso vale per i lamenti; esporre lagnanze e scontentezze non giova quasi mai a sé, ne al prossimo… Ci conviene impiegare il tempo in maniera più costruttiva, facendo le cose che vanno fatte senza tormento, in maniera che vengano estirpate le cause di malcontento…

Il secondo punto è l’organizzazione della vita, del vivere quotidiano. Prima di tutto vanno affrontate le questioni di abitazione, alimentazione e vestiario, che sono di primaria importanza e in cui oggi abbonda lo spreco…” (1922: 5.6).

L’educazione attraverso il judo affronta argomenti che appaiono estranei al nostro concetto di sport. Nel dojo (palestra) Kano affrontava la ‘coltivazione di noi stessi’ con raccomandazioni particolari.

“Un modo di apprendere consiste nell’acquisire nozioni parlando e ragionando poi sull’argomento…

E nello scrivere… si deve usare il vocabolario…

E’ un allenamento anche quando, pensando ai giorni passati o alla giornata appena trascorsa, esaminiamo se le cose sono state fatte bene o male, ripromettendoci quindi di continuarle o di non ripeterle, secondo i risultati ottenuti…

Mi pare indispensabile una considerazione sull’opportunità della scelta dei libri…

Un altro elemento importante è ‘solerzia’ e anch’essa ha bisogno di essere coltivata, come tutto… La prima cosa da fare è meditare sulla preziosità del tempo, sullo spreco di energia e rendersi consapevolmente conto di quanto siano grandi le sue conseguenze… (1915: 5.19).

Negli articoli che scriveva per gli insegnanti di educazione fisica, il signor Kano affrontava come rinforzare il corpo: consigliava di nuotare in mare, di cimentarsi nell’allenamento d’inverno e in quello d’estate (rispettivamente delle ore più fredde e più calde delle stagioni invernale e estiva), di fare passeggiate. La sua visione di “rispetto del corpo” era concepita in funzione delle necessità della vita più che delle doti atletiche e la sua proposta di ginnastica quotidiana popolare (Seiryoku-zen’yo-kokumintaiku-no-kata) mira a rinforzare tendini e legamenti, a dare compattezza e fluidità al movimento, più che a costruire muscoli da portarsi dietro, affaticando il cuore, nell’attività quotidiana.

Ammetteva che si potesse bere moderatamente, raccomandava la parchezza nel mangiare (e in genere nel tenore di vita) e di evitare la lussuria. Ammoniva che l’educazione è un’attività nobile che può produrre effetti a distanza di centinaia di anni. Il principio morale del ‘miglior impiego dell’energia’, che comprende ‘tutti insieme per crescere e progredire’, è la base di tutto il suo pensiero. Esso va affidato ai maestri di sport e ai professori di educazione fisica, che possono agire sull’unità di corpo, mente e cuore degli allievi, mentre gli insegnanti di materie intellettuali raggiungono solo la mente, parlando da dietro la cattedra.

Non riteneva che tutti dovessero praticare judo per arricchire la propria educazione col principio del ‘miglior impiego dell’energia’. Voleva che il judo fosse solo un esempio di come si potesse trasformare una tecnica di combattimento, in una disciplina educativa. Allo stesso modo noi possiamo trasformare in discipline che educano al senso sociale la scuola, gli oratori, i boy-scout, molti sport…

In particolare affermò che non tutti gli esseri umani possono percorrere la via del miglioramento di se stessi attraverso una disciplina derivata dal combattimento e aveva iniziato lo studio di uno ‘stile di espressione’ che avrebbe proposto una forma educativa equivalente a quella del judo facendola derivare dalla danza classica orientale e dal teatro No.

“… la fama di per sé non ha valore…meno che mai lo ha la ricchezza, perché il vero valore consiste soltanto nelle capacità con cui si è utili nelle cause sociali (1918: 5.29.2)

… il valore dell’essere umano si determina nella misura in cui sia grande o piccola la sua capacità di contribuire al bene collettivo” (5.29.3).

 

Paola Rubbi:. A questo punto passerei la parola al professor Fausto Telleri, docente associato di pedagogia all’Università di Sassari.

 

Fausto Telleri: Grazie. Innanzi tutto mi sento un po’ imbarazzato nel prendere la parola dopo quanto detto dai miei colleghi predecessori anche perché, dal mio punto di vista, dare un’opinione, un parere, o invitare a una riflessione è sempre problematico. Cosa ci si aspetta dal pedagogista? Una volta ci si aspettava delle ricette, come quando si andava dal medico, e si diceva: ”Ah, quello si che è un bravo medico, ha capito tutto, mi ha fatto la ricetta, ora vado in farmacia, poi prendo queste pastiglie all’ora tale, in questa dose e il problema è già risolto”. Ecco, il pedagogista non è un medico, per fortuna. Ma allora  che cosa sta a fare il pedagogista, a cosa serve? Per capire meglio a che serve il pedagogista, potremmo metterlo a confronto con il politico. Mentre il ruolo, l’essenza del politico, è facilmente comprensibile, nel senso che tutti sanno che il vero politico è una persona che sa vincere,  vuole vincere, e deve vincere altrimenti viene meno al suo ruolo e alla sua funzione in quella società, il pedagogista è uno che, al contrario, si limita, accontenta di convincere, cerca di capire le ragioni che sono da una parte e dall’altra. Il pedagogista cerca di arrivare, assieme all’educando, ad una con-vinzione, cioè ad una vittoria raggiunta insieme. Con-vincere infatti vuol dire vincere insieme.

Io credo che la figura di Jigoro Kano, visto che in questa sede stiamo parlando di judo, in un certo senso ci possa essere d’aiuto per mettere a confronto il modello educativo odierno con quello di quasi un secolo fa. Se ben ricordo lui scrisse buona parte delle sue opere, e lo troviamo presente nella società giapponese come responsabile dell’educazione di quel paese, all’inizio del 1900.

Notate che siamo nello stesso periodo in cui, dall’altra parte del mondo, cioè negli Stati Uniti d’America, un altro personaggio, Dewey, un altro educatore, si trovava a dover fare i conti anche con i problemi di una politica economica concreta che vedeva l’abbandono della campagne e il conseguente affollamento delle città. Fenomeno che creava ovviamente enormi problemi anche e soprattutto dal punto di vista educativo. Problemi che lui affrontò cercando di cambiare la scuola che questi ragazzi provenienti dalle compagne frequentavano.

Perché accosterei Dewey a Jigoro Kano? Perché per entrambi la prassi educativa passava attraverso uno scambio: ci si può educare e si può educare una persona solo nella misura in cui si fanno determinate cose insieme. Dewey diceva che per insegnare qualcosa ai ragazzi di recente urbanizzazione non si poteva che seguire il criterio di “imparare facendo”, e dimostrava concretamente l’importanza di questa affermazione invitando i suoi interlocutori a riflettere su quanto accadeva nelle famiglie delle campagne e ai ragazzi che vivevano nelle campagne.

Un ragazzo di campagna imparava un’infinità di cose, ma in che modo? Perché andava a scuola? No certamente. All’epoca non c’erano le scuole in campagna. Un ragazzo in campagna imparava le cose che gli servivano nella vita, vedendole fare dalle persone adulte che lo circondavano, dai genitori, dai nonni, dai parenti, dai fratelli. E in questo modo imparava tante cose, tante abilità anche complesse senza che nessuno intenzionalmente gliele insegnasse, o meglio, le imparava facendole insiema agli altri. A questo proposito Dewey diceva: “La scuola, se volesse essere veramente efficace, dovrebbe, in un certo qual modo, fare la stessa cosa e cioè far fare delle cose, far fare delle esperienze, perché è soprattutto attraverso l’esperienza che l’uomo arriva a capire determinate cose che a parole non si riescono a spiegare, o non hanno la stessa efficacia”.

Jigoro Kano, dal suo punto di vista, mi sembra che ragionasse alla stessa maniera, o per lo meno mi pare che ci siano delle affinità tra i due pedagogisti. Ricordo che, stando a quanto si legge, Jigoro Kano era un pedagogista, non a caso, che si ritrova a dover fare i conti con una società giapponese alle prese col rinnovamento, con la novità, con un’apertura verso il diverso (l’occidente) il nuovo, l’inedito, il possibile. Ecco allora che anche lui capisce l’importanza di educare le nuove generazioni facendo fare delle esperienze. Il judo mi sembra proprio che sia  su questa linea: è più di una didattica, cioè una strategia educativa che si serve di parole, è una strategia educativa che si serve di esperienze.

Ce lo siamo sentiti dire tante volte da Barioli, dai suoi colleghi e dai maestri di judo: il judo praticato in una certa maniera, con lo spirito con cui è nato, può essere un’esperienza di vita, credo che sia un’esperienza di vita che si ritrova, oggi forse più di una volta, oppure oggi come una volta, di fronte a un bivio: o essere una semplice arte marziale o essere arte di vita.

Il maestro Guareschi ci diceva che la vita è una lotta, ci diceva che, se ho ben capito, è indispensabile in un certo qual modo abituarci a fare la guerra. Mi sembra di capire che Guareschi si sia richiamato a quanto dicevano i Romani. In poche parole: “Se vuoi la pace, preparati a fare la guerra”.

Certo oggi noi siamo in un clima in cui è difficile dimenticare che l’uomo è anche un soldato, è anche uno che deve essere disposto a combattere. Probabilmente in certi momenti della vita dell’uomo vale la pena ricordare quello che leggiamo anche nella Bibbia: “C’è un tempo per…, c’è un tempo per…”: c’è un tempo, forse, per la pace, c’è un tempo, forse, per la guerra. Premettendo che non sono un guerrafondaio, che sono un anti-guerra, credo che l’uomo abbia le possibilità e l’intelligenza per potere vivere in maniera civile prescindendo dall’uso di strumenti bellici.

Ora mi domando: il judo può essere ancora oggi per i nostri ragazzi, per i giovani a cui lo stiamo proponendo effettivamente uno strumento, una esperienza didattica, una strategia pedagogica finalizzata  a con-vincere? Oppure non è invece un residuo di tipo feudale in cui bisognava assolutamente essere dei vittoriosi, prevalere e prevaricare sull’altro? Io credo che oggi sia possibile ripensare e sperimentare la strada del judo con l’idea che sia possibile praticare judo volendo raggiungere l’obiettivo della con-vinzione, cioè del vincere insieme. Non a caso il motto che tante volte ci ha ricordato Barioli è appunto: “Tutti insieme con il migliore impiego delle energie”.

Credo che questo potrà continuare ad essere l’obiettivo e anche la strategia pedagogica che vogliamo fare nostra, cogliendola da Jigoro Kano, senza con questo limitarci e dire che vogliamo rifare quello che faceva lui, anzi dobbiamo cercare di guardare avanti, cercando di pensare che quella è una possibilità. Dobbiamo cercare di andare verso l’inedito possibile, pensando alla creatività, all’originalità che, come tanti altri, Jigoro Kano ha fatto propria e ha portato avanti in maniera così egregia, così brillante, e soprattutto pensando al fatto che se noi oggi, a distanza di un secolo, ne siamo ancora tanto entusiasti, vuol dire che effettivamente c’era del buono, c’era un’intuizione che forse merita ancora di essere ripresa, portata avanti e fatta nostra. Grazie.

Paola Rubbi: A questo punto la parola passa al professor Roberto Travaglini, insegnante di aikido presso l’Aikikai e anche pedagogista presso l’Università di Urbino.

Roberto Travaglini : Ci sono alcuni punti che desidero mettere in rilievo: innanzi tutto sono qui nella veste di chi, almeno verbalmente, ha il compito di rappresentare e mettere assieme – stando alle indicazioni che sono state date sul mio conto – l’aspetto sia teoretico (in qualità di pedagogista) sia pratico (in qualità di praticante di aikido, cioè di chi ha l’esperienza diretta di un’arte marziale) di non semplici problematiche sottese al tema di questo incontro.

Per questo motivo, il primo punto che vorrei toccare riguarda le difficoltà che si incontrano, nell’ambito della nostra cultura, ogniqualvolta si tenta un approccio non dialettico, come si suol dire, “tra l’anima e il corpo” ovvero tra gli aspetti legati alla psiche e quelli legati alle dinamiche esprimibili direttamente attraverso il corpo. Le arti marziali, dal punto di vista della mia esperienza personale – o almeno l’aikido per come l’ho visto e recepito attraverso delle figure emblematiche –, sono riuscite a mettere insieme, a far convivere, o comunque a proporre un modello educativo tale da indurre l’individuo a non vivere in maniera conflittuale le due forze descritte (quella mentale e quella corporea), trattandosi in effetti di forze.

Solitamente il contesto dei modelli scolastici tradizionali occidentali, quelli a cui siamo stati tutti noi sottoposti, ci induce a ritenere che sarebbero da elevare determinate qualità di ordine intellettivo, partendo dal presupposto, possiamo dire di matrice neoidealistica, che l’intelligenza da salvaguardare e potenziare nel fanciullo è un’intelligenza di tipo logico-matematico, tutt’al più linguistica. Va fatta però una accesa critica al modello pedagogico tradizionale, e per questo mi rivolgo in particolare a un pedagogista statunitense appartenente alla corrente cognitivista, Howard Gardner, il quale ha recentemente “sconvolto” i modelli educativi tradizionali mediante il nuovo concetto di “intelligenza multipla”: egli ha constatato che l’intelligenza non è unica, non procede unicamente per strutture mentali di tipo logico-matematico o puramente linguistico, ma si caratterizza anche attraverso altre e fondamentali modalità cognitive, che solitamente la scuola non valorizza come invece dovrebbe. I modelli di valutazione dell’intelligenza del fanciullo, ma anche del fanciullo che diventa grande – e quindi di tutti noi adulti –, sono una forma di valutazione che privilegia la standardizzazione: si è intelligenti più o meno rispetto a un modello ideale medio di intelligenza; non è un caso che si ricorra spesso a luoghi comuni, come al concetto (alquanto arbitrario) di “quoziente intellettivo”, oppure che si etichettino le persone come “più o meno intelligenti”, quando sappiamo bene che l’intelligenza è poliedrica, “modulare” (per usare una tipica espressione di Gardner).

Una delle intelligenze prese in considerazione dallo studioso in questione, Gardner appunto, è l’intelligenza cinestetico-corporea, che è oggetto di molta attenzione da parte di altre culture e che indubbiamente gode di molta considerazione da parte della cultura estremo-orientale, di cui oggi stiamo trattando; è un’intelligenza che da noi solitamente non viene valorizzata, se non attraverso poche ore di educazione del corpo, e che comunque sottende sempre una sorta di misconoscimento delle sue reali realtà valoriali, in quanto ci si dimentica o non si sa che la dimensione corporea non è semplicemente fisicità, essendo qualcosa di diverso e di più complesso, oltre che di più profondo.

A questo proposito, desidero rifarmi alle parole appena espresse dall’amico e collega professor Fausto Telleri rispetto al pensiero del filosofo/pedagogista americano John Dewey, secondo il quale l’apprendimento avviene attraverso il fare. In che termini il fare ci permette di intraprendere un cammino di apprendimento? Non è forse vero che il compimento diretto dell’esperienza ci permette di recepire, attraverso noi stessi, l’oggetto stesso del nostro fare? Di recepire nel senso di “comprendere”, nel suo profondo significato etimologico? Il latino comprehendere rimanda, in effetti, al più ampio concetto di “mettere assieme”, di “fare proprie” le diverse parti dell’oggetto conoscitivo, consentendoci di creare nuove e più funzionali unità di conoscenza.

È soprattutto la realtà del corpo che, attraverso le sue proprietà sensoriali, attraverso le sue forme sensibili di attenzione tacita nei confronti della realtà oggettuale (sia esterna che interna a noi), fa suo e introietta un ampio bagaglio di informazioni, sostanzialmente attraverso l’esperienza diretta, vale a dire attraverso una “sentita” convivenza con gli oggetti stessi.

Si tenga presente che gli oggetti esterni non sono solo oggetti fisici, sono anche realtà umane. Tra i punti cardine esposti dal professor Franci questa mattina a proposito degli elementi comuni tra lo yoga e le arti marziali, c’era anche quello relativo alla “collaborazione con gli amici”. La collaborazione è uno degli elementi fondamentali all’interno di qualsiasi pratica legata alle arti marziali, le quali sono eseguite in uno spazio delimitato che ha un nome ben preciso, dojo, su cui vorrei porre per un momento la mia attenzione. Il dojo ha una qualche assonanza con la nostra idea occidentale, anche se per lo più malsana, di laboratorio. Dewey, in effetti, parlava spesso di laboratorio e come lui anche un nostro contemporaneo, Francesco De Bartolomeis, il quale negli anni Settanta tenta un esperimento, al fine di rivedere alcune linee teoriche del nostro modello scolastico, unicamente sviluppato per favorire l’intelligenza logico-matematica. Egli promuove una scuola basata sul concetto di laboratorio, un concetto molto più ampio e fluido di quanto non si possa immaginare, tanto che è famoso un suo testo dal titolo Il sistema dei laboratori, un testo in qualche modo rivoluzionario. Nel laboratorio, secondo la concezione di De Bartolomeis, si apprende attraverso il fare e si interagisce costruttivamente con gli altri mediante progettualità comuni, così come nel dojo si apprende attraverso il fare e si interagisce con la dimensione energetica degli altri, anche se probabilmente il dojo è qualcosa di più di un semplice laboratorio, almeno per quanto concerne l’idea classica di questo termine. Vorrei in effetti portare l’attenzione – e con questo terminare – sull’importanza del compito (di natura del tutto “sacra”) che il dojo ricopre nell’indurre l’allievo a non scindere formalmente la realtà mentale da quella corporea, come anche a non scindere la realtà del proprio Io da quella del Tu, in modo costruttivamente “formativo”.

A questo proposito, e a conclusione di questo breve intervento, vorrei leggere un pensiero del fondatore dell’aikido, Morihei Ueshiba, un pensiero espresso sotto forma di poesia, che forse meglio di qualsiasi altra logica considerazione evoca il senso intuibile della pratica: “Aiki è la potenza dell’armonia di tutti gli esseri e tutte le cose che agiscono insieme, forgia instancabilmente te stesso, seguace della via”. Grazie.

 

Paola Rubbi: Adesso la parola a Bruno Baleotti, maestro di yoga, oltre che di karate.

Bruno Baleotti: Vorrei innanzi tutto esprimere la mia contentezza per essere qui insieme ai miei vecchi amici, più che colleghi, perché è come un revival di quello che sono stati i miei ultimi trentacinque anni. In secondo luogo ho molte perplessità nel fare un discorso dopo gli interventi degli altri perché erano molto tecnici, molto profondi e molto completi; hanno praticamente detto tutto. C’è da dire, però, che quando ho letto il biglietto “Percorsi di pace” mi sono detto: “percorsi di pace … proprio io faccio un tipo di yoga che viene chiamato lo yoga del guerriero!”. Un guerriero viene sempre identificato come uno che ama la guerra, ma io non la vedo in questo modo perché quando penso alla guerra mi viene sempre in mente Shiva, e forse alcuni di voi avranno visto la sua statuetta, che ha  un teschio in una mano e un pugnale nell’altra e che fa un danza sopra ad un mucchio di scheletri, di ossa umane. Quando chiesi chi erano quei corpi straziati allora il mio monaco spirituale mi disse: “Vedi, Shiva sta ballando sopra ai demoni vinti dall’atto dello yoga”. In pratica questi sono i demoni che ognuno ha dentro di sé e, quindi, lo yoga serve a rafforzare l’individuo e a vincere i demoni che ha dentro per farlo diventare ancora migliore. Io vengo dal karate e, come tutti, quando ho iniziato pensavo, come diceva Barioli, a entrare in palestra per avere la possibilità di riuscire a vincere il mio nemico. Però se uno ha la capacità di continuare e vincere tutte le avversità e difficoltà, come diceva prima Guareschi, la sua mente cambia, assume un altro aspetto, capisce che il problema non è l’avversario, ma sono i propri limiti, capisce che riuscendo a continuare nella sua fatica, migliora e questo dà anche la possibilità di migliorare gli altri. Così, ritornando alla base dello yoga, si può dire che lo yoga è fatto per migliorare se stessi, e quando uno toglie tutte le difficoltà che ha dentro non fa altro che far la pace con tutto il resto del mondo. Grazie.

Paola Rubbi: La parola adesso ad Andrea Sassoli, coordinatore dei servizi di educazione fisica e sportiva del provveditorato agli studi di Bologna. Credo che ci debba parlare del progetto di promozione dell’attività sportiva nelle scuole. Dico bene?

Andrea Sassoli: Diciamo che questa è una delle ragioni per le quali credo di essere stato invitato qui.

Non ho nessun precedente e nessuna conoscenza nel vostro campo, ma capisco (sto capendo, durante questo convegno), solo per pura passione, personale sensibilità e per qualche capacità non legata alla professione, quasi tutte le cose che i grandi interventi finora hanno lanciato in sala. Cosa ci faccio qui? E soprattutto, chi me l’ha fatto fare?

Credo che tutto sia nato da una frase che io dissi una volta in un convegno analogo, una frase che probabilmente ha motivato a confrontare mondi molto separati su questi stessi temi.

È chiaro che Guido Marchiani, che mi ha invitato a partecipare, ha voluto raccogliere questa sfida inserendomi tra i relatori di questo convegno, che tratta i temi dei possibili percorsi di pace e delle arti marziali. Questa è l’unica ragione per cui ho accettato di venire, naturalmente con enorme piacere, anche se mi sento un po’ imbarazzato di fronte ad una platea così numerosa e molto attenta.

La riflessione che feci, ahimè pubblicamente, fu questa: “Ci lamentiamo (nel senso di doglianza) che i nostri ragazzi – sono un insegnante, anche se non insegno più e mi occupo dei servizi di educazione fisica e sportiva – non praticano discipline sportive; ma perché dovrebbero praticarle?”

Riprendo questa domanda, che è stata fatta poco fa, durante un precedente intervento:

“Educazione o sport? Sono proprio uguali? Sono connessi? Lo devono proprio essere?”.

Perché mi sembra che in tutte le discipline, in tutte le arti marziali (ed in qualsiasi altra disciplina sportiva,  peraltro) ci sia questo doppio canale: educazione o sport.

Poiché questa è una realtà delle cose (mi sembra stamattina – in un intervento – sia stato detto), dobbiamo dare un senso alle cose.

Prendiamole così come sono e basta: una disciplina è così, prendiamola come è, sapendo che può avere un canale educativo ed uno sportivo.

Può avere un canale che si limita all’educazione o un canale che invece prosegue nello sport, nell’attività sportiva.

I nostri ragazzi praticano poco sport sostanzialmente perché non sono educati a praticarlo.

Se questi tre concetti che ho appena finito di elencare sono connessi tra loro, ci troviamo in una spirale senza fondo nella quale il fenomeno alimenta se stesso: i nostri ragazzi non praticano abbastanza sport, allora facciamo loro fare qualcosa in più, agendo però con lo stesso modello organizzativo; e quindi di nuovo non lo praticano abbastanza, o meglio “abbastanza bene”.

Intendo sostenere che evidentemente c’è un vizio in questa spiralità, che fa sì che, se anche in tanti possano avvicinarsi alla pratica di una disciplina, induce la maggioranza, poi, ad abbandonare, del tutto e per sempre.

(Salvo poi in età adulta o anziana, allorquando intervengono altre motivazioni: “Bé mi fa bene alla salute, mi toglie due chili, posso mangiare lo stesso le tagliatelle, allora ricominciamo a praticare qualche attività”; ma questa non è la parte dell’educazione, questa è una parte funzionale, di un qualsiasi esercizio).

E’ evidente che se i ragazzi, pur avvicinandosi e non in grandissima percentuale, poi abbandonano… .

Studi costosissimi hanno prodotto questi dati statistici.

Non più dei due terzi della popolazione scolastica (ragazzi in età scolastica) pratica un’attività sportiva (genericamente così definita); di quei due terzi nell’età dell’adolescenza il 90% l’abbandona.

Penso che nessun insegnante (o il sistema scolastico) possa recepire così passivamente questo dato: penso che se ciò può accadere, allora questo sistema non sia molto positivo ed efficace.

Quale educazione ha trasmesso una cosa che finisce? Poco fa (in un intervento precedente) abbiamo sentito affermare che la ricaduta dell’educazione è dopo centinaia di anni (cioè verso le generazioni successive).

Se questa è una cosa che finisce subito e se si riproduce per rifinire subito dopo, è evidente che non è poi questo gran sistema.

E non è solo il sistema scolastico che, evidentemente, non è adeguato al bisogno della popolazione, ma è anche il sistema sportivo.

Allora credo che il problema vero da superare sia proprio l’applicazione di un modello, il modello della nostra organizzazione sportiva non funziona, non funziona quello dello sport quando si parla di attività sportiva; se la scuola è inadeguata, bisogna tentare di porre qualche rimedio.

Il maestro Kano, ci hanno insegnato poco fa, cent’anni fa circa, ha prodotto un modello veramente interessante, ha proposto un modello che credo valga la pena di approfondire, anche se naturalmente penso che tutti voi l’abbiate fatto prima e molto meglio di me.

Posso affermare che sempre cent’anni fa, anche in altri sistemi occidentali modelli analoghi e altrettanto validi, rispetto alla proposta del maestro Kano, si sono sviluppati. Credo che questo sia uno dei problemi.

Se un’attività è educativa, se la nostra attività deve avere un significato nel campo dell’educazione, deve innanzi tutto rispondere ai bisogni di quelle fasce cui si rivolge.

Questo credo che nel nostro modello scolastico e sportivo non sia mai stato preso in considerazione, penso sia una delle cause della non efficacia del nostro modello a livello almeno educativo: cioè proprio il fatto che non è adeguato all’età delle persone cui si rivolge.

Negli anni venti il maestro Kano, funzionario del ministero dell’istruzione giapponese (poco fa ci hanno ricordato alcuni tratti storicamente rilevanti), è riuscito a introdurre nelle scuole un modello educativo.

Anche da noi in quegli anni era in pieno sviluppo la riforma Gentile, che è ancora significativa, e che considera la dicotomia “corpo – mente”.

Di cosa possiamo – quindi – mai lamentarci o sorprenderci?

Noi, però (ed io per primo), siamo stati formati da questo tipo di sistema; come posso oggi tentare di riformarlo?

L’educazione fisica non è il potenziamento muscolare cui prima il maestro Barioli ha associato mimicamente al nome il gesto (l’esercizio fisico e molto meccanico di sollevare pesi): l’educazione fisica è proprio l’educazione al movimento attraverso il movimento.

Questo è l’insegnamento di un certo signor Emilio Bauman, che introdusse l’educazione fisica nelle scuole bolognesi più di cent’anni fa, (prima del maestro Kano), e che è noto a Bologna più per essere il fondatore della SEF Virtus che per questa geniale intuizione.

L’opera di Bauman è stata “proseguita” ma interrotta dalla riforma Gentile.

E questi sono gli ultimi – o meglio i soli – due interventi significativi nella nostra scuola a proposito della motricità.

Giustamente Guareschi stamattina affermava che “non dobbiamo lagnarci di quello che succede”. Sono completamente d’accordo: questa mia prima circolare analisi serve soltanto ad identificare alcuni elementi su cui poter trovare modo di discutere, perché lo sport ha “valore”.

“Uno più uno non fa che due”, non fa altro che due; non solo, ma “uno più uno” DEVE fare due, non può fare diversamente da due. Una regola matematica, cioè, è esatta, è perfetta,

L’educazione non è una regola matematica. Il professor Telleri ha detto benissimo – tutti i miei colleghi sanno quante volte ho già detto questa stessa parola: “L’educazione non è fatta di ricette, nel campo dell’educazione ci sono gli strumenti, le abilità”; il movimento, nel nostro settore.

L’educazione al movimento è un’abilità verso cui tendere o una prestazione da raggiungere?

Siamo nello sport a livello educativo o agonistico, competitivo?

Noi abbiamo un ibrido sistema che impedisce non dico di applicare, ma semplicemente di affrontare questi problemi.

A scuola viene insegnato ai bambini a leggere, forse perché da grandi tutti faranno lo scrittore? O viene loro insegnato a contare perché tutti da grandi diventeranno Einstein?

Allora, allo stesso modo, dobbiamo fare educazione fisica perché da grandi tutti facciano i giocatori di calcio, di pallacanestro o che altro?

L’abilità verso cui tendere credo sia l’obiettivo della scuola, il movimento credo sia l’unico elemento educativo che nella scuola debba essere perseguito, nel campo della motricità.

Il maestro Kano aveva ragione, quando affermò che non tutti devono fare judo.

All’inizio della mia vita professionale pensavo che se tutti i bambini avessero imparato a giocare a pallacanestro, sarebbero stati cresciuti bene dal punto di vista del movimento.

Non è vero: non c’è uno sport o una disciplina che va bene per tutti, e a tutte le età, e in ogni contesto.

Occorre che ognuno possa scegliere la propria disciplina, la disciplina da praticare, in relazione alla sua età, ai suoi interessi, ai suoi bisogni.

Questo, purtroppo, non siamo in grado di proporlo.

 

Paola Rubbi: Grazie ad Andrea Sassoli. E adesso Angela Toschi, psicologa dello sport, psicoterapeuta, presidente del Centro  Coordinamento Antidroga di Bologna.

Angela Toschi: Sono molto in imbarazzo e rischierei di andare fuori tempo se cogliessi le sollecitazioni dell’intervento di Sassoli. Mi limito a leggervi le poche riflessioni che ho fatto in merito a questo incontro che ha il titolo: “L’arte di migliorare se stessi attraverso la pratica”. Mi  sono chiesta, visto che sono qui come psicologa dello sport: che ci fa lo sport all’interno di un argomento come quello di oggi che si pone l’obiettivo di migliorare se stessi, quando l’obiettivo dello sport di oggi è vincere a tutti i costi ?  Forse la mia presenza di oggi è quella di difendere l’immagine che lo sport,  nel suo complesso, ci offre di questi tempi? Certamente lo sport non è più, se mai lo è stato, un’isola felice dove l’importante è partecipare. Anche lo sport sta subendo l’inquinamento di questa nostra società alquanto malata e disorientata. E allora che si può fare? Mi occupo anche di psicologia applicata allo sport, anche se ancora la figura dello psicologo dello sport non è così presente come sarebbe necessario all’interno del mondo sportivo ai vari livelli. Un enunciato fondamentale prioritario di questa disciplina recita testualmente: “La psicologia dello sport è di per sé  orientata alla crescita sana dell’individuo, all’espansione dei limiti personali, al superamento delle difficoltà, al miglioramento della comunicazione con gli altri e con il proprio corpo, al conseguimento di esperienze soddisfacenti”. Lo psicologo dello sport, dunque, non è lì per far vincere a tutti i costi. Anche quando lo psicologo dello sport viene interpellato per migliorare il risultato, cioè solo per far vincere, può accettare tranquillamente di offrire la propria competenza perché venga affiancata agli allenamenti fisici, tecnici e tattici che già gli atleti praticano, ma che probabilmente qualche volta non danno i risultati sperati. Dicevo che l’allenamento mentale va a toccare, a mettere in luce, a far lavorare quelle parti degli atleti che non sono mai state indagate con sistematicità. Quale allenamento mentale viene proposto nell’ambito sportivo? In fondo è l’antico e sempre attuale: “conosci te stesso”. Attraverso varie tecniche e metodi aumentare la propria consapevolezza corporea, attraverso l’analisi delle varie situazioni scoprire e riconoscere le proprie emozioni, i propri pensieri, i propri schemi mentali, attraverso l’allenamento costante, continuato nel tempo. A questo punto possiamo dire che,  attraverso la pratica, si apprende ad osservare se stessi, e può accadere che il risultato, tante volte rincorso attraverso tante ansie e tanto stress, accade semplicemente senza sforzo.

Perché non dimentichiamoci che l’attività motoria e lo sport vengono scelti, almeno all’inizio, perché piace farli. Non sono un obbligo come possono esserlo  la scuola e il lavoro e quindi lo sport è sicuramente un’area privilegiata per conoscere anche il proprio mondo interiore. Ovviamente molto dipende da come viene usato lo sport, altrettanto ovviamente non dipende soltanto dai giovani che lo praticano, ma soprattutto da coloro che stanno attorno ai giovani: allenatori, dirigenti, famiglie. Se i responsabili dello sport e le famiglie avranno voglia di chiarire a se stessi le proprie responsabilità, lo sport potrà essere, oltre che fonte di soddisfazione per aumentare i propri trofei, fonte altrettanto importante di miglioramento dei singoli individui e della società nel suo complesso. Grazie.

Paola Rubbi: E abbiamo l’ultimo intervento di questo primo round, cioè quello di Ferdinando Balzarro, maestro di karate del Fijicam, federazione del CONI. La cosa da dire è che è responsabile nazionale per lo stile Shotocan nella Fijicam; è maestro VII dan, allievo del maestro Shirai, professore di educazione fisica, campione mondiale di paracadutismo e scrittore. Uno tra i primi praticanti in Italia, attualmente dirige a Bologna la società N.B. karate Club in via Monte Donato.

 

Ferdinando Balzarro: Man mano che si susseguivano gli interventi mi rendevo conto che avrei voluto dire molte delle cose che sono state dette poc’anzi e quindi non so più cosa dirvi di nuovo, salvo che voglio lanciarvi degli argomenti su cui dibattere in seguito. Credo sarà la cosa più interessante sentire cosa viene da questa platea, che non mi aspettavo così ampia. Innanzi tutto questo incontro si intitola “Percorsi di pace”, ma francamente non me la sento tanto di parlare di pace in questo momento storico ed epocale, fra l’altro oggi l’Europa ricorda gli ebrei vittime della shoa; non riesco a parlare di pace, scusate è un mio limite. Inoltre come sottotitolo leggo “arti da maestro”, quindi tutte le arti marziali, tutte quelle che anche noi rappresentiamo ruotano attorno a un perno, a un pilastro: la figura del maestro, appunto. Non c’è un’arte marziale che sottovaluti questo punto cardinale, questa stella polare, ed è proprio di questa figura emblematica che vorrei parlare. Chi è questo maestro, cosa vuole, cosa fa, cosa cerca? Perché decide ad un certo punto di intraprendere la via della maestria, riuscendoci o non riuscendoci? Perché, ripeto, tutte le arti marziali, il judo, il karate, lo yoga, l’aikido, si basano su questo punto, su questo perno? Quindi chi è questo maestro? Questo è l’interrogativo che voglio porvi, perché rispondere a questa domanda significa comprendere molto delle arti marziali. Sicuramente il maestro è un esploratore, un ricercatore, uno che apre o che cerca di aprire nuove strade, si carica di rischi enormi, si butta dentro ad una foresta inesplorata, rischiando anche di perdersi, e assieme a lui potrebbero perdersi anche quei “disgraziati” che hanno deciso di seguirlo in buona fede. La via della maestria è una via estremamente ardua, difficile, complicata e rischiosa che può farci smarrire, anziché consentirci di trovare qualche cosa. Vorrei che nel dibattito venisse fuori questo problema, poiché quella del maestro è una figura dominante nel contesto delle arti marziali. Grazie.

 

Paola Rubbi: Vorrei sapere dai relatori se qualcuno vuole riprendere la parola, magari un po’ più brevemente, per approfondire qualcuno dei concetti precedenti o aggiungere qualcosa di nuovo.

 

Bruno Baleotti: Il mio intervento è diretto al professor Sassoli, per ciò che riguarda la questione che non esiste sport o disciplina adatta per tutti. Sono in dissenso con lui perché ho dato la vita allo yoga più che al karate, e la mia esperienza nel campo dello yoga ha dimostrato proprio che non c’è età, non c’è problema fisico, psicologico o mentale che impedisca la pratica dello yoga, per questo si può adattare a qualsiasi individuo e migliorarlo in tutti i suoi lati.

Angela Toschi: Vorrei che riflettessimo e trovassimo un’uniformità nel condividere il significato di educazione, forse non ce lo diciamo così spesso. Per le parole importanti bisognerebbe sempre risalire al significato etimologico: educazione viene dal latino e ducere, condurre fuori. L’educatore non può fare altro che preparare il terreno perché la persona fiorisca nelle sue peculiarità e nelle sue diversità; non è qualcosa da mettere dentro agli esseri umani.

Paola Rubbi: Vorrei fare una domanda a Colombi: il titolo dell’intervento è “L’arte di migliorare se stessi attraverso la pratica”. Secondo l’occidente quando si parla di miglioramento s’intende anche un concetto etico, e quindi ci sono dei principi etici ai quali ci si ispira e che si dovrebbero perseguire o almeno tenere presenti. Che rapporto hanno fra loro l’etica e lo yoga?

 

Lino Colombi: Credo che non si possa parlare né di yoga né di arti marziali se non parliamo di etica, di morale. La base e il fondamento dello yoga e delle arti marziali sono l’etica. L’unica cosa che possiamo fare noi, in occidente, è cogliere dall’oriente alcuni strumenti tecnici che nella nostra cultura non ci sono; non abbiamo bisogno di andare in Oriente per conoscere etica e morale. Lo yoga e le arti marziali ci insegnano nel corpo un concetto di etica e di morale.

 

Pubblico: Avrei una domanda da proporre soprattutto ai maestri delle arti marziali: non ho sentito citare la parola “regole”. Migliorare se stessi attraverso la pratica significa imparare attraverso delle regole? Le regole ci servono a migliorare? Qualsiasi pratica presuppone un amore e quindi può diventare un’arte attraverso delle regole?

 

Bruno Baleotti: Io ho una famiglia con sette figli. Non c’è una regola vera e propria, l’importante è che ci sia l’amore, quella è la regola massima che si deve avere, se manca quella tutto il resto non conta.

 

Fausto Telleri: Vorrei riprendere la provocazione a proposito delle regole. Direi che in questo momento di passaggio che stiamo vivendo ci vede un po’ tutti sul chi vive, nel senso che veniamo da un trentennio in cui una parola di moda era deregulation: ognuno fa quello che vuole, le regole ci sono per non osservarle ed è “in” chi riesce a farlo nella maniera migliore possibile. Se mettiamo a confronto questo trentennio con quello che l’ha preceduto, in cui la disciplina era il fulcro della vita, notiamo una vera rivoluzione. Non so se ricordate il film “L’attimo fuggente”, ricordate le quattro parole chiave che erano scritte sugli stendardi e che il rettore del college invita a ripetere? Erano: tradizione, onore, disciplina, eccellenza. Ho provato a chiedere a docenti di scuola media o superiore quali “quattro parole” vorrebbero come simbolo della loro scuola, se fossero dirigenti scolastici, e nessuno dei circa duecento docenti presenti avrebbe accolto quelle quattro parole come parole di riferimento. Con questo mi voglio rifare al discorso delle regole. Nel corso dei miei studi mi hanno sempre insegnato che esistono due tipi di gioco: game e play. Come pedagogista dico che le regole, che lo vogliamo o no, sono necessarie. Il problema sorge da qui: tutti vogliamo giocare e dal punto di vista pratico, poi ci accorgiamo che tutti vogliono giocare senza le regole. Questo ci pone il problema delle regole condite, già esistenti, e condende, che possiamo reinventare per poter giocare meglio. Oggi viviamo in un momento storico-politico in cui, insofferenti delle regole del passato, vorremmo riscriverle ma ci troveremmo davanti a un grande dilemma: le regole presuppongono che ci sia anche l’impegno di rispettarle, e ci manca questo coraggio all’impegno. Credo che in educazione questo coraggio ci voglia. In famiglia ci sono delle regole? Non è vero che in famiglia abbiamo capito che le regole hanno un proprio ruolo e una propria funzione? Soprattutto l’educatore oggi è davanti a questa alternativa: riprodurre pedissequamente il passato tramandando una tradizione, partendo dal presupposto che l’insegnante sia il depositario di queste conoscenze e che verifichi che siano state trasmesse in maniera adeguata, o puntare sulla voglia dal ragazzo di capire le cose, di capire come funzionano le regole, perché a questo punto possa essere anche lui che le esige per sè e per gli altri. Un cenno: ho fatto per dieci anni l’insegnante elementare e ricordo ancora le scene durante l’intervallo in cui le ragazzine e i ragazzini giocavano a più di una volta mi hanno chiesto se gli facevo da arbitro. Loro esigevano che come maestro gli facessi da arbitro e li aiutassi a stabilire delle regole e ad autoregolamentarsi, perché per giocare ci vogliono delle regole, anche se bisogna reinventarle continuamente.

Paola Rubbi: Se non ci sono altre domande possiamo ritenere chiusa questa giornata. Ringrazio i relatori e il pubblico attento e partecipe, speriamo di rincontrarci in altre occasioni simili ed importanti come questa. Arrivederci.

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