Allegati

Chi era Gandhi? (Tratto da “Uomini del ‘900”, G. Alvi)

Educazione (Marcello Bernardi, conferenza di Milano)

Ricordo di Marcello Bernardi (Tratto da: C. Barioli, M. Bernardi, «Corpo mente cuore.», Ed. Luni, Milano, 1998)

Laboratorio didattico di Judo (Guido Marchiani)

Kendo (a cura di Paolo Vanelli

Karate Tradizionale (a cura di Giuseppe Perlati)

Psicologia dello Sport (a cura di Angela Toschi)

Apriamo la terza sezione, dedicata agli allegati e approfondimenti con una presentazione, per molti aspetti controcorrente e discutibile, di Gandhi. Non intendiamo per questo svilire l’importanza e lo spessore di questo personaggio storico, quasi leggendario, ma proporre un particolare e autorevole punto di vista su cui riflettere.

Chi era Gandhi?

Tratto da “Uomini del ‘900”, G. Alvi, Piccola biblioteca Adelphi, Milano, 1995

Mohandas Karamchad Gandhi nacque “bania” nel 1869, figlio di un nervoso segretario del principe di Porbandar, là dove un’India di pietra bianca si specchia nel Mare Arabico.

Bania è il nome di una sottocasta della casta di mercanti, a cui ogni indù associa una reputazione di ingorda avidità di denaro. Ma ogni casta indù è mondo a sé, distinto da un agire prescritto in ogni campo della vita. Col vegetarianismo e la religione sentimentale, paga delle policromie di un’arte sensuale, da sempre i bania riscattano i peccati veniali. Ovviamente Gandhi marito tredicenne patì le voglie inesauste, le ripicche e le pigrizie che fanno sovente d’un indiano già a trent’anni un vecchio. Ma era testardo, almeno quanto ossesso da ascetismi falliti; e proseguì gli studi. Lasciò l’India; addirittura divenne avvocato del Foro di Londra e membro di un club vegetariano.

Vestito della redingote nera e d’un rigido colletto all’inglese, sbarcò in Sudafrica: ligio ai fatti, ordinato, brillò nell’avvocatura. Era ormai un anglicizzato: vergognoso, eppure lusingato d’essere indiano; doppio, era entusiasta delle idee liberali di uguaglianza, ma eugeneticamente plasmato dalle caste. Diresse un movimento per la parità tra indiani ed europei; appassionò il “Times”di Londra; a fatica s’esercitò nella continenza; finì in prigione. Ottenne la fama. Lesse La disobbedienza civile di Toreau, e v’imparò l’idea tutta occidentale d’un ritorno a un mondo di eguali e a una vita semplice; fondò una comune.

Quando tornò in India, dopo trent’anni, nel 1914, il misticismo, la tenacia, l’astuzia di un bania erano commisti agli utopismi egualitari di uno più inglese che indiano. Ovviamente si associò a quel movimento anglicizzato che era l’Indian National Congress. Smise la redingote nera; seminudo vestì da monaco indiano. Non persuase i brahmani né quelle élites indù che lo consideravano un bania esaltato e intrigante; ma commosse le folle e deliziò i giornalisti americani. Prevalse in pochi anni nel Congresso, abusando delle assemblee. Nel 1919 usò l’emozione isterica che era seguita alla fine del sultano di Costantinopoli, “il califfo di tutti i credenti”, per eccitare il nazionalismo dei mussulmani indiani, fino ad allora indifferenti alla causa dell’indipendenza. Da un secolo i governi di Sua Maestà d’Inghilterra controllavano con minime forze la sterminatezza dell’India aizzando uno contro l’altro indù e mussulmani. Non pochi amministratori inglesi contrari a questa regola del divide et inpera erano già stati trasferiti, e uno sprezzante avvocato dai modi tutti inglesi, Mohammed Ali Jinnah, venne incoraggiato a creare una Lega mussulmana. Alleandosi con lui Gandhi stimò, a torto, di essere più astuto di Jinnah e degli inglesi.

Seguirono anni di digiuni alla Thoreau, di marce, scioperi e prigioni. Gandhi, vestito del suo lenzuolo, nell’autunno del 1931 a Londra partecipò alla sessione della conferenza per una Costituzione indiana. Le sue foto superarono il prezzo di quelle di Gloria Svanson e il congresso ottenne dal 1937 di amministrare alcune province. Ma i governatori inglesi conservarono il potere di veto.

Quando il 3 settembre del 1939 l’Inghilterra dichiarò guerra a Hitler, Gandhi e il Congresso proclamarono la disobbedienza civile. Applaudirono Hitler, e una parte del Congresso addirittura organizzò un’armata dell’India libera che coi giapponesi avanzò in tutta la Birmania. Churchil offrì all’India di diventare dominion dopo la guerra, con facoltà di uscire dal Commonwealth. L’India indù, dei maratha, dei dravida, dei principi, leale, offrì due milioni di soldati, di cui centottantamila non tornarono. Gandhi rifiutò; per tornare a digiuni calcolati, sempre sospesi prima di morirne. Di nuovo giudicò di essere il più astuto e di avere tempo. Ma il governo laburista di Attlee precipitò gli eventi, annunciando nel febbraio 1947 che entro la prima metà del 1948 gli inglesi se ne sarebbero andati.

Jinnah e i fanatici della Lega richiesero l’indipendenza per i mussulmani. E il destino dell’India fu deciso da un Lord Mountbatten arrivato appena da tre mesi, il quale escluse partiti indù e moderati mussulmani e negoziò con quei tre avvocati del foro di Londra che erano Gandhi, il socialista Nehru e Jinnah. Avvenne la divisione tra Panjab e Bengala e l’invenzione del Pakistan. La metà dei mussulmani rimasero in India; gli indù del nuovo Stato furono privati dei loro diritti e massacrati: cinquecentomila morirono, e dieci milioni divennero profughi. Gandhi digiunava per protesta. L’India perdette il paese dei Sette Fiumi, la valle dell’Indo, la culla della sua civiltà. Mentre gli invasori musulmani dopo secoli s’avviavano a confondersi nell’India, gli inglesi, le astuzie del Congresso, e il bania Gandhi, liberarono il loro fanatismo. Nacque uno Stato economicamente monco, dominato dalla legge coranica, che spostava il Medio Oriente ai confini dell’Assam e del Panjab. E il 30 gennaio del 1948 Gandhi fu assassinato. Il brahmano povero che non sa l’inglese e pilota un ascensore in un albergo di Calcutta, leggendo negli intevalli in sanscrito le Upanisad, è, ora, classificato tra gli analfabeti.

 

 

Educazione

Tatto da una conferenza di  Marcello Bernardi, pediatra e docente universitario, Milano

È difficilissimo affrontare questo argomento, soprattutto per un medico, ancor più per un pediatra e ancor più per un… non posso dire “ex judoista”, ma “perenne aspirante judoista”, uno che non è mai arrivato.

Però c’è già una partenza… dalle ultime battute che ho sentito dal professore, che ho afferrato dell’intervento precedente, su due o tre punti che mi sembrano veramente fondamentali e sui quali credo cioè, per la verità non credo, ma forse posso azzardarmi ad affrontare nella mia veste.

Uno di questi, quello che dà il titolo al nostro incontro, è questa terribile parola ‘educazione’; terribile per chi ha a che fare coi bambini, coi ragazzi, cogli adolescenti, coi giovani adulti (perché poi vengono sempre dal pediatra quando hanno delle rogne: loro o i genitori)…

Ecco questa parola è drammatica perché il contenuto che normalmente si dà alla parola “educazione” è quello di formare qualcuno in modo idoneo a vivere (e possibilmente trionfare) nel contesto sociale in cui siamo, cosa che è esattamente il contrario di quello… del significato vero, reale, della parola educazione. Sentivo prima, da quel bell’intervento, che il Judo potrebbe essere una colla, non so come dire, un tessuto connettivo che mette insieme dei valori molto dispersi.

Io temo che sia vero il contrario e cioè: noi abbiamo perduto il mosaico di valori di cui siamo fatti, di cui siamo sempre stati fatti, che nel linguaggio corrente si dice “la mente, il cuore, il corpo”.

Temo che abbiamo perduto tutto; non è rimasto che una mente, perché tutti noi abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica che cosa e come dobbiamo pensare, o meglio che ci dica come è facile non pensare e lasciare che per noi pensi qualcun altro. Il cuore… ma vogliamo ridere?!

In un mondo totalmente spietato – non solo il Terzo Mondo, non solo il mondo delle guerre, più di quaranta che si stanno combattendo in questo momento sulla faccia del pianeta; no no, anche il nostro – chi… chi può nutrire un sentimento di pietà, di comprensione, di partecipazione… chi? perché? e a me che cosa ne viene?

E il corpo ? Il corpo non serve a nulla, se non a guadagnare soldi se divento un campione di calcio; se no non serve a niente… per conquistare le donne o rispettivamente gli uomini, va be’… Abbiamo cancellato tutto, unificando il tutto in un unico idolo: il potere economico e nient’altro.

Io credo che il nostro mestiere, chiamiamolo così, sia quello di frammentare questo massiccio, questo mostro vorace e implacabile che è il mostro economico. Se voi guardate un telegiornale qualsiasi, a parte i pettegolezzi che più drammatici sono e meglio è (così il giornalista che li fa guadagna più soldi, fa il colpo), ma a parte quelli, sono solo tre gli argomenti: la conquista del potere politico, la conquista del potere economico (la borsa, l’indice mib, la borsa dei cambi, la lira che va su e giù, ecc.) e la conquista della facciata fisica che rende soldi, cioè la partita di calcio. Al di là di questo non c’ è nulla, nulla. Mai. Tutto si riunisce qui.

In giro ci sono cinque miliardi e mezzo di persone che hanno dei problemi leggermente diversi come malattie, fame, mancanza di scuole, mancanza di qualsiasi tipo di organizzazione sociale e in compenso hanno l’odio, usano la forza, la rivalità per risalire. Noi, bravi come siamo, che cosa gli diamo? gli strumenti per farlo: aerei da combattimento, missili, carri armati; ma scuole: no, vaccinazioni: no; la più banale delle vaccinazioni: l’antipolio: no per l’amor di Dio! scherziamo? crepino di poliomielite! va benissimo. Adesso stiamo pagando (con mia grande soddisfazione) stiamo pagando perché quelle malattie che abbiamo cacciato dalla porta, come la tubercolosi, ci stanno rientrando in casa dalla finestra, portate da loro, perché di loro non ci siamo mai curati e adesso loro vengono perché non possono fare altro e ci riportano a casa le nostre brave malattiucce… e ci sta bene.

Secondo me dobbiamo dare alla parola educazione il valore che ha, che dovrebbe avere, quello cioè di aiutare qualcuno a essere se stesso, nel miglior modo.

Diceva poc’anzi il professore, molto giustamente, che in fondo il nostro obiettivo qual è? essere uomini… non essere comunisti, sindacalisti, mm… che vi posso dire, medici…; no no: essere uomini. Nient’altro.

Ognuno per i fatti suoi e tutti insieme; e tutti insieme.

Dura. E’ dura. Come si fa? Perché se io devo educare uno a essere come me cioè un caporale, un servo… facilissimo: gli do una bella fila di regole: o le rispetta o viene punito, niente di più semplice.

Ma se io devo aiutarlo ad essere lui, non come me, ma come lui vuole, che regole seguo? Boh… cosa faccio? Boh!

Nessuno lo sa che questa è l’educazione; questo è quel tipo di educazione, 1’unico secondo me possibile – non dirò facile, questo no – ma possibile sì, proprio attraverso il Judo il quale come tale, come Via, non insegna a uno, non dice a uno ‘quale’ Via: si attacchi al tram… la sua e non gli dico qual è la sua, se la deve trovare lui e non gli dico quali sono le regole da rispettare, tranne quelle tecniche… se le deve trovare lui.

Questa faccenda del reciproco rispetto non potrà mai essere capita se uno non sente dentro di sè, nato dentro di sè, il bisogno di rispettare l’altro non per essere ripagato… eh? no no! Il bisogno di rispettare e basta… Fine del discorso.

Perché se no si cade nell’altro tipo di frantumazione, che è quello delle religioni: “tu fai il bene, io ti premio e ti mando in paradiso; tu… ti pago”. Tu fai il bene e io ti pago. Eh no! Eh no! Se uno è se stesso fa quel che lui ritiene bene gratis, non perché viene pagato, non perché si aspetta qualche cosa e qui riemerge il mio mestiere di pediatra, maledetto da certi punti di vista e benedetto da altri.

Questi ragazzini, questi bambini sono continuamente oggetto di bieco, mostruoso, infame ricatto educativo: se sei bravo così, se non sei bravo colà. E il bambino, poveretto, ci casca, anche perché non ha strumenti personali con cui creare il proprio bene; fa quello che gli dicono, tanto più che lo premiano.

Ecco, qui rientra ancora la mia aspirazione, ahimè ormai definitivamente fallita, di judoista.

Credo di poter dire che dal punto di vista tecnico io dal Judo non ho imparato niente, anche perché non ho mai avuto le risorse e quelle poche che avevo stanno scomparendo, ma ho imparato moltissimo dal punto di vista morale, etico, dal punto di vista psicologico, dal punto di vista culturale: moltissimo. Oserei persino dire che quasi tutto quello che ho imparato nella mia vita l’ho imparato dal Judo, cioè questa capacità di uscire da sé, di sentirsi parte di un mondo, al quale devo dare qualcosa, quello che posso, ma quello… tutto! Fino in fondo, senza aspirare a nulla, a nulla, neanche al paradiso, neanche alla salvezza, …a nulla. Ma, mi rendo conto che trascrivere in parole, in simboli verbali queste sensazioni, è praticamente impossibile.

Noi usiamo continuamente parole ambigue vuote, ma le usiamo con una fermezza incrollabile: libertà, amore, dio, giustizia… cosa sono, cosa sono? Oggetti culturali si chiamano in linguaggio tecnico, ovvero oggetti in cui si crede, anche a costo della vita, ma nei cui confronti il giudizio di realtà resta sospeso.

Ecco, questa è l’educazione che nel nostro tipo di cultura ha un acerrimo nemico: la teoria. Cioè un complesso di concetti, di idee, di collegamenti accettato definitivamente come vero e quindi tale da dover essere imposto agli altri (qui parlo come medico). Nel nostro mestiere le teorie sono migliaia, tutte assolute, tutte contenenti una verità assoluta, tutte incontrovertibili, tutte false. Tutte. Non perché dicano il falso, ma perché sono teorie, perché chiudono gli occhi, perché ci vietano di usare noi stessi per quello che siamo, ci impongono di usare noi stessi come vogliono, come dicono, come impongono gli altri, i facitori di teorie.

Ecco forse la grande, come dire… il grande insegnamento del Judo sta lì: che le teorie non contano proprio niente; che se uno pratica quest’arte (che non è solo un atteggiamento etico, filosofico, culturale, è anche un’arte e come tale richiede tutta la persona)… ecco, se mi dicessero che in questa arte ci sono delle teorie, cambierei, mi metterei a fare, non so, il lancio del giavellotto… del martello… niente… mi ubriacherei dalla mattina alla sera, certamente non farei Judo, no! In questa arte la teoria non c’è e non può esserci, perché ognuno di noi è la sua propria teoria e non è neanche una teoria perché non contiene la verità.

Il nostro mestiere, di tutti noi, è quello di inseguire una verità nella certezza di non raggiungerla, mai. Questo è il bello… questo è il bello.

Va beh, ho fatto delle considerazioni molto astratte e me ne scuso, però ho detto quello che sentivo. Vi ringrazio.


 

 

Marcello Bernardi presentato da Cesare Barioli

Tratto da: C. Barioli, M. Bernardi, «Corpo mente cuore. Manifesto per una nuova educazione»,

Ed. Luni, Milano, 1998

 

 

Non penso che sia il caso di presentare il professor Bernardi e tanto meno che lo faccia io. Ma il 3° dan di judo Marcello Bernardi è meno conosciuto. E come mi è toccato presentarlo alla comunità judoistica e garantirne la competenza richiesta per il grado di «esperto» (secondo la tradizione, essendo io il suo istruttore), oggi ripeto questa funzione per un pubblico più vasto.

Sarà un quarto di secolo che, una sera, stavo spulciandomi dietro la scrivania, occupato in compiti burocratici richiesti dall’attività sportiva, e quindi di pessimo umore. C’erano due visitatori che avevano sbirciato la pratica, e uno di essi più giovane, magro e barbuto mi chiese qualcosa per l’iscrizione. Gli chiesi, com’è consuetudine, perché mai volesse fare judo e usai la mia peggior supponenza per squilibrarlo.

Reagì con un sogghigno, come se chiedessi una risposta scontata: «per imparare a difendermi, naturalmente!»

Era una buona opportunità e attaccai con una tecnica sperimentata. Senza guardarlo scrissi su uno stralcio l’indirizzo di una palestra famosa (due righe che facevano rima) e glielo misi in mano. «Qui le insegneranno difesa personale. Noi facciamo judo».

Si divertì un mondo, incassò l’ippon (mossa riuscita) e si iscrisse.

Cominciò il duello.

Lui frequentava regolarmente, imparava, affrontava con entusiasmo, confrontava le sue opinioni con la nostra filosofia, non offriva possibilità per un nuovo attacco.

Fu kan-geiko (l’allenamento di gennaio, svolto di primo mattino con tutte le finestre aperte, che provoca una selezione tra i praticanti) e lui non ne perse uno in tanti anni. Il freddo gli gelava i piedi, che diventavano tutti bianchi, e sperimentammo un massaggio con borotalco e alcool denaturato per ripristinare la circolazione. Dopo la doccia si sistemava in segreteria con i piedi sulla scrivania e il suo thermos del suo the per rispondere alle telefonate dei clienti, che aveva smistato al nostro numero.

Si prendeva cura dei figli dei judoisti di mezza Milano; affrontava entusiasta l’allenamento libero con i più tosti; praticava, leggeva, portava amici e bimbi in palestra. Venne il momento della Cintura Nera e tutto era apparso così facile! Occorreva metterlo alla prova.

Gli annunziai che doveva misurarsi in gara, in un palazzotto di 5.000 tifosi. Non combattimenti, perché questo è argomento per ragazzi e giovani, ma gara di forme. Non fece una piega, scelse l’argomento (le «forme dell’adattabilità») e il suo partner (Beppe Vismara), visse la scossa emotiva, e vinse. Milano non si accorse dell’avvenimento, perché allora i due mondi dei genitori e dei judoisti erano separati. Ma in questo modo mi aveva restituito l’ippon iniziale.

Divenne dei nostri. Quindici anni or sono ci fu un incidente stradale che gli indebolì la retina, sconsigliando cadute violente. Ricevetti la visita del suo oculista: «Il professor Bernardi non può fare judo e lei non può prendersene la responsabilità». Ero del parere che il professore fosse maggiorenne, vaccinato e per di più medico;poi non condividevo che il miglior impiego dell’energia fosse sconsigliato a una retina debole. Così lui continuò imperterrito, ma curammo particolarmente la «rottura di caduta», cioè la tecnica per assorbire colpi senza danno.

Fece spada (ken-jutsu eiai: l’arte del duello e quella di sfoderare). Diede vita a un dojo (luogo di pratica) in val Curone, non tanto per insegnare judo, quanto per imparare dai bambini, una scusa per stare insieme a loro quando era in vacanza. Ogni tanto gli capitava di affrontare sul tatami i giovanotti della valle. In queli periodo fece grande amicizia con Marino Marcolina, un friulano modellato come un bronzo di Riace, divenuto famoso perché alla domanda di una signora della “Milano-bene”: «Marino, le piacciono i bambini?», era sbottato con un: «Sì, cotti!».

Se io restavo il maestro indiscusso, spesso abbiamo avuto contrasto di opinioni, anche sul judo. Io, fanatico, arrabbiato e paradossale, lui anche più di me, ma con l’arte consumate di convincere; così nei suoi libri apparivano concetti judoistici e io cercavo di far mie le sue tesi, quando arrivavo a comprenderle. Efurono sage estivi, conferenze e lavoro, soprattutto con i più giovani, che continua ancora oggi.

Questo è il judoka (judoista di rango n.d.r.) Marcello Bernardi.


 

Provveditorato agli Studi di Bologna

Ufficio Educazione Fisica

 

Laboratorio didattico di Judo rivolto alle scuole elementari. medie e superiori

 

JUDO:  Metodo educativo originale del prof. Jigoro Kano

 

Cos’è il judo?

Il Judo Tradizionale è Educazione, Cultura e poi anche Sport.  L’Educazione intesa non come “mettere dentro” ma secondo l’interpretazione etimologica (exducere = condurre fuori) che suggerisce di coltivare e far sbocciare le capacità dell’individuo.  Con queste doti si viene poi orientati dalla Cultura, non certo interpretata come nozionismo, ma come “saper fare”, cioè distinguere e praticare le cose utili messe a fuoco dalla nostra esperienza.

Infine c’è lo Sport, perchè la conoscenza richiede una comprensione che si realizza nell’unione del cuore (spirito), della mente e del corpo, e quest’ultimo richiede più tempo e più cure per coordinarsi agli altri due elementi così che vale la pena iniziare a praticare il principio morale con il corpo per non incorrere nello squilibrio di aver capito (con il cuore e la mente), ma non riuscire a comprendere totalmente perchè il corpo non segue.

Il Sig. Kano ha proposto un’educazione universale secondo tre culture: fisica (Tai=corpo), mentale (Gi= mente) e morale (Shin=spirito).  Ricercando nella saggezza del passato quale potesse essere il principio universale che unisce tutta l’umanità egli giunse a formularlo in un aforisma “tutti insieme per progredire con il miglior impiego dell’energia (cioè intelligentemente)”.

Nella pratica il judo prende l’aspetto di una lotta in cui i contendenti indossano un robusto costume bianco, composto di pantaloni e giacca stretta da una cintura; l’insieme evoca l’abbigliamento dei pescatori orientali, ampio e corto di manica e gamba, per essere comodo nel movimento.

A seconda delle finalità possiamo distinguere tre livelli di judo:

-1- Il ‘judo inferiore‘, che si limita all’abilità nell’attacco-e-difesa (combattimento), è quello praticato da agonisti tesi alla vittoria sportiva e, per necessità, da gente minacciata nell’integrità fisica (ad esempio: poliziotti, portavalori, …)

Il signor Kano chiama ‘judo inferiore’ quello che è animato dal complesso egoico di vincere, d’essere più forte, o anche di “mantenere la linea”, motivazioni ispirate dal desiderio. L’unico desiderio lecito e giustificato nel judo medio e superiore è di crescere, secondo la massima: ‘dare per crescere e crescere per dare di più’.

-2- Il ‘judo medio’, che mira alla formazione fisica e alla coltivazione mentale, costituisce una disciplina educativa per ragazzi e giovani. L’esercizio e l’allenamento non sono previsti in funzione del record e della perfezione, manifestazioni-tipo dell’agonismo, ma per valorizzare il corpo, per potenziare doti interiori e acquisire esperienze spirituali. Necessariamente il judo medio considera l’aspetto intellettuale e interpreta l’Educazione Fisica come ‘essere sani per essere utili’.

-3- Il ‘judo superiore’ quando l’ideale di chi pratica è quello di voler contribuire alla crescita dell’umanità, quando cioè il miglior impiego dell’energia si riflette nell’azione quotidiana a beneficio di tutti.

“Il tema del judo superiore è appunto di servire la Società, cioè impiegare nel modo più efficace la capacità fisica e mentale ottenuta nelle fasi precedenti. … Finché l’essere umano è convinto della sua azione, di aver utilizzato l’energia nel modo più efficace, non prova sentimenti di sconforto o di turbamento, in quanto il fatto di impiegare al massimo la sua energia è un’impresa che non lascia adito ad altre considerazioni. I rimorsi e le angosce sono difatti lo stato mentale dovuto all’irresolutezza, oppure al pensiero di non aver compiuto ciò che doveva essere fatto” (J. Kano).

Judo e scuola

Un’allegoria del signor Kano dice che la costruzione judoistica ha fondamenta nel combattimento (per affrontare le negatività del mondo), da cui s’innalzano mura di educazione fisica (essere sani per essere utili), e il tetto che tutto ricopre è il principio morale (il miglior impiego dell’energia). Aggiunge che la comprensione del principio avviene nella coordinazione di corpo, mente e cuore. E mentre quest’ultimo con le sue ragioni misteriose può realizzare in un attimo, la mente impiega giorni o settimane, e il corpo mesi o anni. Occorre dunque cominciare col corpo e diffidare della comprensione esclusivamente mentale.

Per questo motivo l’insegnamento del judo, inteso come principio morale, va affidato a insegnanti di educazione fisica e istruttori sportivi, che si rivolgono direttamente al corpo, esonerandone i professori di materie intellettuali che parlano da dietro la cattedra (in Oriente discipline spirituali come lo zen e lo yoga iniziano l’insegnamento dal corpo). (Il Prof. Kano, come direttore dell’Education Bureau del Ministero, vinse la battaglia (1902-11) per la laurea in Educazione Fisica “perché questi insegnanti, a causa del loro livello scolastico mediamente basso, erano poco considerati e ciò ostacolava la loro azione, inibendo i benefici del loro insegnamento”; quasi un secolo prima che venisse istituita in Italia)

Insegnare al corpo

La didattica del judo si riassume nell’espressione: ‘kata e randori’. E questa sintesi deriva dalla visione ‘inn e yo’. Kata è l’esercizio formale e randori la pratica libera, ma nella didattica questi concetti si dilatano e di volta in volta vengono espressi come ‘forma e non forma’ (modello e creatività), come ‘teoria e pratica’ (entrambe vissute col corpo) e nell’analogia con lo studio di una lingua ‘sintassi e componimento libero’.

‘Kata’ è la forma dei ‘fondamentali’ (saluto, posizione, spostamenti, cadute, distanza, presa, spingere e tirare, abbassarsi e alzarsi), delle tecniche (colpi, proiezioni, leve articolari e controlli), e dei principi di azione (ve ne sono diversi livelli che diventa prolisso elencare). E’ la grande lezione che ci giunge dai Maestri del passato. ‘Randori’ ne è l’interpretazione soggettiva.

‘Kata’ è come imparare a scrivere in un ostentato tondo corsivo; ‘randori’ è la nostra firma; continuare, da adulti, a scrivere secondo la forma che ci hanno insegnato nei primi anni di scuola sarebbe perlomeno curioso, eppure per insegnare ad un bambino si deve ricorrere alla forma.

Ma come il bambino impara a parlare empiricamente dalla madre e solo successivamente affronta grammatica e sintassi, così nel judo i giovanissimi imparano prima a fare ed applicare, e solo quando raggiungono sufficiente esperienza affrontano la forma dell’esercizio. Il binomio ‘kata e randori’, valido per gli adulti, si inverte per i giovani. All’origine dell’essere umano era il corpo (quindi la necessità di sperimentare praticamente), poi vennero la ragione e la trasmissione dell’esperienza (prima facemmo randori e poi kata). Invece all’adulto che impara una lingua si prospettano quasi subito le declinazioni e la costruzione delle frasi (prima kata e poi randori).

Praticare solo le forme inibisce lo sviluppo della personalità, mentre incoraggiare troppo la creatività allontana la visione sociale. L’equilibrio tra forma e creatività produce “un risultato superiore alla somma degli addendi” (psicologia della Gestalt).

Il judo dei bambini

Se la realtà urbana gli nega prati, rocce, fossi, alberi da frutta e rane, che costruiscono le circostanze dell’educazione fisica a quell’età, il bambino (lo scolaro fra 7 e 11 anni) può ‘giocare al judo’ come surrogato. Allora l’insegnante si accerta che il piccolo abbia cominciato a considerare spazio e tempo, materia e energia, e che la mamma l’abbia incoraggiato a comunicare (se non segnala che ha male di pancia, che almeno glielo si legga in volto).

Per fare un esempio di valutazione del senso dello spazio, una classe di scolari viene invitata a eseguire le tecniche di controllo di caduta partendo confusamente da un’estremità del tatami (‘materassina’, superficie di pratica); i bambini devono avvicinarsi ad una linea prestabilita man mano che intravedano lo spazio per eseguire l’esercizio.

Soprattutto i più piccoli hanno difficoltà a farlo e non si preoccupano di buttarsi sulle gambe di un compagno. Questo può essere un indice della loro attenzione verso lo spazio e permette di ottenere collaborazione nel valutare lo spazio necessario all’azione. Ottenuto il risultato in palestra, si fa leva sull’orgoglio di judoista per valutare lo spazio necessario a qualsiasi attività, che sia il disegnare o l’attraversare la strada.

“Dopo la sconfitta delle malattie esogene, la causa principale di mortalità infantile è l’incidente stradale” (Marcello Bernardi; Corpo, Mente e Cuore, 1998).

Se in tal senso la situazione è soddisfacente, ci si può occupare della coordinazione nel movimento, del rispetto dell’altro e di esercitare l’attenzione, con la scusa della lotta.

Giocare al judo significa praticare cadute, tecniche, allenamenti e combattimenti adattati. E giocare all’arbitraggio, a fare lezione, a istituire un tribunale alla Korczak (pedagogo polacco) per giudicare le prepotenze.

I piccoli, ma anche i ragazzi, non riescono ad arbitrare o giudicare imparzialmente, ma ci riflettono sopra. Non si propone il comportamento degli adulti, mettendo in palio medaglie conferite sul podio, con inno, bandiera e lacrime di commozione del vincitore, a meno che siano gli stessi bimbi a organizzarlo per gioco.

Nella visione del miglior impiego dell’energia il piccolo osserva il mondo circostante, gioca a riprodurne la forma, attendendo di viverne le motivazioni sulla base del presupposto morale. E non ha il diritto di giocare solo per giocare, per passare il tempo, per non intralciare i grandi che hanno da fare; ma ha diritto di darsi all’apprendimento giocosamente, perché questa è la sua natura. Il processo educativo ignora il gioco puro e tutto ciò che viene proposto è finalizzato a crescere e progredire col miglior impiego dell’energia.

Il judo dei ragazzi

Per gli studenti delle classi medie si tratta di ‘iniziazione al judo’. Il gioco si tinge di avventura, e la tecnica non è più adattata, ma vissuta nella sua integrità. Il rispetto dell’altro diventa impellente perché le differenze fisiche e psicologiche dell’età adolescenziale sono notevoli e non si può autorizzare la violenza e la forza bruta (gradualmente il maschio diventa molto più forte della femmina). Ora si chiede di gestire tempo spazio energia e materia, distinguendo tra l’iniziativa e la contro-iniziativa (provocare l’opportunità o attenderla passivamente; combinazione di attacchi in diverse direzioni o contrattacco, secondo un’astuzia che non è della mente, ma del corpo), permettendo (con debita prudenza) che si confrontino tattiche differenti. Le gare amichevoli possono tingersi dello spirito di gruppo, purché si mantenga uno stile di comportamento.

La partecipazione ad un avvenimento di gara, sia pure adeguato al livello dei partecipanti, non può essere estesa a tutti, perché questa fascia di età chiede riguardo, e solo quelli che sono preparati possono affrontare l’emozione e la scarica di adrenalina che l’avvenimento comporta, sotto pena di ‘bruciarsi’. Per tutti anche solo collaborare e assistere all’organizzazione (come ospiti o accompagnatori) costituisce una preparazione alla gara.

Il judo dei giovani

Il clima del gruppo è creato dall’interazione tra la personalità dell’insegnante e la psicologia degli adolescenti. Mentre questi ultimi sono come capitano, il Maestro può prepararsi al suo compito.

Il combattimento chiede di usare quell’energia vitale di cui, nel pericolo, tutte le persone sane dispongono, ma che pochi hanno coscienza di avere. Per impiegare il ‘ki’ (energia, che i cinesi chiamano ‘chi’ e gli indiani ‘prana’) senza ferire, bisogna insegnare al corpo una tecnica minuziosa attraverso un ‘duro allenamento’. L’azione che l’arbitro valuta per attribuire la vittoria in gara esprime il ki attraverso una forma tecnica perfetta. Per arrivare a questo è necessaria una determinazione estrema, il controllo dell’istinto di conservazione, e uno stato dell’essere definito: ‘tempo presente’.

Quest’ultimo (mu-shin, ‘mente vuota’) significa assenza del desiderio (di vincere, che è una proiezione di se stessi nel futuro) e ugualmente della paura (di perdere, che rappresenta invece il legame con esperienze passate). Lo stato di mushin rappresenta il massimo risultato del judo inferiore.

Educazione e agonismo: due visioni diverse

Educare è: ‘insegnare ad affrontare la realtà’. Quest’ultima è la realtà assoluta della vita nel suo rapporto con l’Universo, ben oltre il problema culturale (cultura come ‘saper fare’) che affina il sentire, insegna nozioni, e abilita al mestiere che ci integra nella Società. Ognuno riconosce questa realtà al proprio livello, perché gli esseri umani piuttosto che tutti uguali sono tutti diversi.

Per sua natura l’educazione non è impartita direttamente, ma assume una forma che può essere un fare, o lo sviluppo di un’abilità, nascondendo sotto quest’apparenza ‘l’insegnamento silenzioso’ del principio morale inteso come sintesi della conoscenza.

Se formiamo il corpo dell’allievo con l’allenamento mentre con l’agonismo gli costruiamo la volontà di vincere, trascurando di dargli un ideale al servizio della Società, abbiamo educato un individuo che userà le sue grandi capacità per soddisfare l’ego, e sarà poco propenso ad assumere responsabilità sociali. La Società non necessita di queste persone.

L’insegnante educa il giovane, che giunge di solito al judo con la motivazione del ‘judo inferiore’, portandolo al ‘judo medio’, cioè facendogli apprezzare la disciplina come preparazione ai più importanti avvenimenti della vita. Questo livello non autorizza a impiegare qualsivoglia tecnica nel combattimento.

Maturando ancora al ‘judo superiore’ si arriva a padroneggiare nell’unità di corpo-mente-cuore lo ‘spirito del rispetto’, che permette di combattere usando anche le tecniche che precedentemente potevano risultare pericolose.

Così esistono due diverse visioni di gara: una che non bada a chi vince e l’altra che persegue la formazione della persona in vista della sua efficacia nella vita; esse richiedono motivazioni, ambiente e anche gestione diversa.

Il Kendo

a cura di Paolo Vanelli -Insegnante di Kendo

Nel loro nucleo essenziale tutte le arti marziali, definite collettivamente budo, sono la stessa cosa.

Viaggi illimitati senza una destinazione finale: sono una scelta di vita.

Il kendo o via della spada non si può definire sport puro e semplice. Praticare il kendo come un semplice sport significa snaturarne il proposito essenziale. Nella tecnica del kendo esiste un’essenza spirituale la cui profondità e complessità risale all’arte classica della spada giapponese.

Il kendo è una via per disciplinare il carattere umano attraverso l’applicazione dei principi del katana, un’arte che insegna la disciplina, e un’attività che permette l’esercizio fisico. Il vero scopo del kendo è imparare a risolvere i problemi della vita senza sguainare la spada. Non è il perfezionamento di una tecnica fisica, ma lo sviluppo di una mente fluida e sensibile, in grado di reagire qualunque cosa si pari di fronte, istintivamente, senza timori né esitazioni, indipendentemente dalla situazione. Tale linea di pensiero deriva da concezioni anteriori all’era Tokugawa, come il principio MUTEKATSU (vittoria senza l’uso della mani) di Tsukahara Bokuden (1490-1571) e la dottrina MUTO(assenza di spada) di Yagyu Tajima no Kami (1527-1606). Altro importante personaggio YAMAOKA TESSHU (1837-1888) riteneva che chi porta una spada deve adeguarsi allo spirito nel quale essa è stata forgiata.

I maestri forgiatori come i famosi forgiatori MASAMUNE lo facevano con lo spirito di NUKAZU NISUMU che significa dirimere le dispute “senza sguainare la spada”.

Per applicare questo principio al kendo, paradossalmente occorre apprendere in che modo estrarre e utilizzare la spada.

Il kendo moderno è una forma di budo da dojo, cioè trova le condizioni ideali di esecuzione nella sala di pratica, o dojo. La postura da assumere è estremamente eretta e quindi naturale.

Nel kendo lo sforzo da compiere nell’allenamento diretto tende allo sviluppo della maturità spirituale dell’individuo, la sua “abilità interiore”, uno stato che porta al pensiero riflessivo e all’introspezione.

La diffusione del kendo come sport si giustifica solo nell’intenzione di fare diventare questo sport un veicolo di trasmissione dello spirito del kendo in sintonia con la tradizione e nel rispetto di essa.

 

 

IL KARATE TRADIZIONALE

a cura di Giuseppe Perlati – Maestro di Karate

Per parlare di karate tradizionale occorre prima una importante premessa.

“Nello sport c’è il “TEMPO”, nelle Arti Marziali c’è l’ “ISTANTE” (Maestro zen Deshimaru in “Zen e Arti Marziali”).   L’istante determina la vita e la morte, il tempo permette di recuperare e ripetere le azioni.  E’ da questo chiaro principio che occorre partire per ragionare sulle Arti Marziali.

E’ opinione diffusa che le Arti Marziali sono discipline psico-fisiche che portano all’autocontrollo attraverso l’automiglioramento fisico e mentale e come tali vengono proposte al pubblico.

Però le Arti Marziali non sono nate a questo scopo bensì per essere utilizzate per difendersi da più avversari e da avversari armati.

Solamente in un secondo tempo, osservando la maturazione ed i cambiamenti che avvenivano negli esperti di Arti Marziali, sottoposti quotidianamente ad allenamenti durissimi ed ogni giorno pronti a mettere in gioco la vita, propria ed altrui, i Maestri hanno pensato di proporre i “METODI”  con mezzi per lo sviluppo della persona umana.

Così è stato il termine JITSU o JUTSU o JITZU,  che veniva collegato alle varie discipline (JU,  AIKI,  KEN,  KARATE ecc),  è stato sostituito dal termine DO ad indicare una VIA attraverso la quale conoscere se stessi per migliorare costantemente e non un semplice mezzo per l’auto difesa.

In tempi più recenti sono stati codificati regolamenti per le competizioni e molti principi delle Arti Marziali sono stati snaturati e molte pratiche non hanno più nulla a che vedere con le Arti Marziali,  di conseguenza gli aspetti psicofisici che ne erano propri sono del tutto assenti.

IL KARATE TRADIZIONALE che viene praticato in Italia dalla FIKTA, e che è stato introdotto dal Maestro Hiroshi Shirai,  cerca di mantenere integri i principi originali delle Arti Marziali.

Innanzi tutto viene tenuto conto del fatto che l’insegnamento autentico è quello che viene trasmesso da cuore a cuore,  direttamente da maestro ad allievo.

Un vero maestro ama il proprio allievo e adotta tutti gli espedienti e quelle sottigliezze pedagogiche che ritiene opportune e che meglio si prestano a favorire lo sviluppo completo della personalità e dell’abilità dell’allievo.   Molti eventi vengono spesso modificati con l’intento di educare e motivare positivamente l’allievo.  Se poi si pensa che la “VERITA’”,  come la tecnica,  è relativa al livello di comprensione di chi apprende,  ovvero che vi è una spiegazione superficiale,  evidente,  che tutti sono in grado di vedere,  ma vi è anche una spiegazione esoterica,  più profonda che specialmente nel passato veniva confidata solamente a pochi fedelissimi,  si comprende l’importanza del “maestro” per conoscere ed approfondire le Arti Marziali ed in particolare il karate tradizionale.

Dopo la II a Guerra Mondiale,  il karate ha avuto nel mondo una enorme espansione,  ma questa espansione e la società odierna,  dell’usa e getta,  hanno prodotto una babele di stili,  di interpretazioni e di “cosiddette verità” o “modernità” tale che i maestri,  veri depositari viventi dell’arte,  non erano più in grado di distinguere in mezzo a tutti questi “karate” la propria arte.

Il Maestro H. Nishiyama,   e con lui il Maestro H. Shirai,   sono stati costretti a ridefinire il karate,  che avevano appreso dai loro maestri e che continuano a diffondere e praticare,  con nome di:  karate tradizionale.  Perché?  Perché il nome karate era inflazionato,  da un insieme di karate:  karate moderno,  karate sportivo,  karate full contact,  light contact ed ingegnose varianti,  tanto che in questo mèlange di tecniche ed espressioni corporee in libertà che pretendevano di chiamarsi karate,  non riuscivano più a riconoscere il karate trasmesso dal Maestro G. Funakoshi e dai grandi maestri del passato.

Sappiamo che col termine Tradizionale si definisce l’atto di trasmettere qualcosa da persona a persona e che in essa è determinante il compito di conservare più fedelmente possibile ciò che è stato trasmesso,  con l’impegno eventualmente di migliorarlo e di migliorarsi.

Quindi la soluzione era semplice,  bastava attenersi ai principi che definiscono l’arte marziale,  e far sì che questi principi fossero rigorosamente rispettati anche nelle manifestazioni agonistiche.

La FIKTA si rifà e mantiene i principi etnici,  tecnici,  filosofici e spirituali della tradizione e che costituiscono il fondamento della propria disciplina e tecnica che generazioni di maestri e praticanti si sono trasmessi e tramandati fino ai nostri giorni.

Il karate tradizionale FIKTA, che è rigorosamente basato sul concetto del Todome e Finishing blow o “tecnica definitiva” ovvero una singola tecnica,  con l’uso del corpo,  e senza uso di armi od attrezzi,  deve essere in grado di distruggere la capacità offensiva dell’avversario.

Le azioni tecniche del karate tradizionale vengono rigorosamente generate dal completo contatto della pianta del piede  col suolo.

Attraverso l’uso di una forte e rapida azione delle anche si produce l’energia di base necessaria (external power) per creare il “colpo definitivo” o “finishing blow”.

L’energia così prodotta viene liberata grazie ad una serie di movimenti coordinati e connessi (tecnica) che creano la forza d’impatto necessaria e richiesta.

L’energia per esempio di una tecnica di pugno,  in sostanza viene rilasciata,  in primo luogo partendo dalla pianta del piede,  completamente appoggiata a terra,  poi incrementata dall’uso delle anche,  poi dall’azione delle braccia,  gomiti,  polsi e pugno, nel momento in cui raggiunge il bersaglio.

Per raggiungere gli obiettivi sopraindicati il praticante è stimolato a seguire un metodo di allenamento che è molto vicino a quello originale delle Arti Marziali.

Nulla è lasciato al caso:  dal saluto iniziale al saluto finale tutto è finalizzato al principio ZEN dell’ “ISTANTE” che determina la vita e la morte.

Anche se nell’era moderna il pericolo vitale non è più una costante, il Maestro giusto e la pratica giusta possono fare vivere i principi delle Arti Marziali e, in ultima analisi, dello ZEN.

Centro Studi e Ricerche in  Psicologia applicata allo  Sport

A.I.P.S. – BOLOGNA –

Associazione Italiana Psicologia dello Sport

RIFLESSIONI SULLA PSICOLOGIA APPLICATA ALLO SPORT

La Psicologia dello Sport, come settore specifico della psicologia, non riguarda soltanto – come forse molti ritengono – i problemi relativi allo sport ad alto livello, ma lo studio della pratica collettiva, cioè le condizioni, i fenomeni, le conseguenze dell’attività ludico-agonistica nei bambini, ragazzi, adulti ed anziani.

La Psicologia dello Sport si inserisce anche e soprattutto come strumento fondamentale per quello che attualmente viene definito “lo sport per tutti”.

Non bisogna dimenticare che lo sport ha un grande ruolo sociale.

Sotto questo profilo possiamo  affermare che lo psicologo dello sport rifiuta una domanda volta unicamente ad ottenere un risultato agonistico.

L’ambiente e l’attività sportiva costituiscono una “situazione” ideale per lo studio dei problemi della personalità, del gruppo, delle motivazioni, per lo studio dei problemi concernenti l’aggressività, il gioco, l’apprendimento motorio, la psico-fisiologia  ed anche alcune tecniche psicoterapiche.

Se si considera che l’atto sportivo è una rappresentazione sintetica dell’agire umano, si può pensare che la psicologia dello sport potrebbe diventare un’area privilegiata per l’individuazione e lo studio dell’ ”azione” nelle sue strutture di base.

Sotto questo aspetto la psicologia dello sport può darci non solo una maggiore conoscenza dell’essere umano e la possibilità di ri-umanizzare lo sport, ma anche forse – attraverso lo sport e l’attività ludica – di ri-umanizzare la società.

I principali settori operativi della psicologia dello sport sono:

la ricerca, l’applicazione, la didattica, la diffusione.

LA RICERCA

La ricerca è andata via-via occupando campi sempre più vasti di indagine.

Soltanto per citare i più importanti :

l il problema dell’apprendimento motorio e dell’abilità motoria, con tutti i temi di natura neurofisiologica e psicologica ad esso collegati;

l lo studio della “personalità” e delle “motivazioni” (ad esempio il problema dell’agonismo e dei meccanismi aggressivi ad esso collegati);

l lo studio della dinamica dei gruppi, che vede la squadra sportiva come terreno ideale sia per la messa a punto di tecniche d’intervento che permettano di offrire soluzioni alternative alla leadership tradizionale, sia per la comprensione dei rapporti interpersonali tra atleta e allenatore, tra allenatore e dirigenza, ecc..

l infine, la problematica della psicopatologia  dell’atleta nel delicato adattamento psicologico che gli viene richiesto nella situazione agonistica.

L’APPLICAZIONE

Essa consiste in tre momenti principali:

1)      La valutazione

Per un sano esercizio dell’attività sportiva sono ritenuti indispensabili quattro elementi psicologici:

a)      una personalità fondamentalmente sana ed equilibrata;

b)      una carica aggressiva che sia espressione di una forte volontà di autoaffermazione, nel rispetto delle regole e della lealtà;

c)      una “capacità di resistenza” alle frustrazioni , che permette l’accettazione di qualunque risultato:

d)      una “stabilità emotiva” che permetta l’innocua altalena affettiva tra l’aggressività in gara e la disponibilità sociale nel clima extrasportivo.

2)      La preparazione

Lo Psicologo dello Sport ha un ruolo fondamentale nella preparazione dell’atleta (l’argomento verrà approfondito sotto il paragrafo “Allenamento Mentale”)

3)      La terapia

Il mondo degli atleti è di solito rappresentato da persone fondamentalmente  “sane”.  Dato il numero sempre crescente di persone che si avvicinano  al mondo dello sport però,  ci può essere  necessità di una azione “terapeutica” più specifica. Lo Psicologo dello sport, se non ha una preparazione adeguata, può inviare l’atleta ad altri colleghi, che a seconda della loro formazione, possono adottare approcci terapeutici diversi e altrettanto validi.

LA DIDATTICA

La preparazione degli operatori sportivi : tecnici, dirigenti, allenatori, educatori fisici, riveste ormai una grande importanza. Una formazione–sensibilizzazione alla psicologia riveste un requisito fondamentale per queste persone, per evitare gravi errori nei loro interventi sul piano organizzativo, pedagogico e sociale.

LA DIFFUSIONE

L’auspicio è che la psicologia dello sport trovi sempre più diffusione in tutti gli ambienti sportivi a tutti i livelli, in tutti i paesi del mondo e che la popolazione sportiva diventi sempre più disponibile ad una concreta applicazione della psicologia.

Già nel 1973 a Tokyo, durante il primo seminario internazionale su “Educazione fisica e sport nell’età della massima industrializzazione” è stato detto che “L’industrializzazione della società ha contaminato l’esistenza umana. La meccanizzazione ha travolto la naturale tendenza all’attività motoria, stiamo per essere sommersi da uno stile di vita nettamente disumano”.

A Montreal, nel 1974, l’Associazione Internazionale di Psicologia Applicata nel suo 18° congresso su “L’uomo e la condizione umana”, ha detto “L’uomo è arrivato al controllo della tecnologia senza però arrivare all’avvicinamento con il prossimo sia sul piano interpersonale che su quello dei gruppi minoritari”.

Sono passati ormai trent’anni e la situazione non è certo migliorata.

Il movimento è necessario perché è il fondamento bio-psichico dell’uomo anche di quello odierno.

La medicina sportiva sta dando un grande contributo nell’aver individuato il male subdolo della nostra civiltà e cioè la “malattia ipocinetica” che include tutte le disfunzioni dovute ad una vita quasi esclusivamente sedentaria.

Il medico quindi suggerisce movimento e ginnastica, perché la sedentarietà influisce negativamente sul metabolismo, sulla circolazione, sui muscoli.

Ma il medico si ferma qui.

Lo psicologo va oltre.

Riconosce l’opportunità dell’attività motoria, ma propone che questa attività non venga vissuta come un ulteriore impegno.

Lo psicologo suggerisce un movimento gratificante e gradito, quale può essere espresso da una formula sportiva le cui motivazioni primarie sono il gioco e l’agonismo.

L’attività sportiva è tale se diverte e se prevede la competizione, non fosse altro che con se stessi e con le proprie precedenti esperienze. Naturalmente va eliminato il cosiddetto “campionismo”, cioè lo sport deformato e strumentalizzato come mezzo di affermazione .

L’attività ludica, connessa con quella agonistica, rappresenta un processo fondamentale nell’evoluzione psicologica della persona, una espressione del passaggio dall’isolamento egocentrico dell’infanzia alla relazione sociale.

ASPETTI  IGIENICO-MENTALI NELLO SPORT   (Callieri e Frighi)

1)      maggiore capacità a tollerare gli insuccessi;

2)      possibilità di esprimere, dominare e controllare la propria aggressività;

3)      acquisizione di una sicurezza di sé attraverso la partecipazione alla vita di gruppo;

4)      maggiore identificazione di sé attraverso l’acquisizione di ruoli determinati;

5)      senso di partecipazione sociale derivante dall’accettazione di categorie comuni di valori;

6)      compensazione di sentimenti di inferiorità e maggiore aderenza alla realtà attraverso gli effetti concreti derivanti dall’osservanza delle regole del gioco;

7)      gratificazione, socialmente approvata, di certi bisogni esibizionistici.

L’ALLENAMENTO MENTALE

Nello sport, così come nella vita, si trascurano in gran parte gli aspetti mentali ed emotivi che potrebbero contribuire non solo alla buona riuscita della performance, ma anche al benessere dell’uomo-atleta.

Se si esamina “l’ambiente” sportivo, infatti, si riscontrano ancora  realtà abbastanza carenti di attenzione verso il benessere psicofisico dell’atleta.

Si incomincia a fare sport per divertimento e ben presto  si pone tutta l’attenzione al risultato.

L’introduzione dello psicologo dello sport nell’ambiente sportivo significa innanzitutto un cambio di prospettiva nei confronti degli obiettivi da raggiungere.

E’ sul miglioramento della prestazione ai vari livelli (fisico, tecnico, tattico, mentale) che dovrà convergere l’attenzione delle varie professionalità che si muovono attorno all’atleta per affiancarlo nel dare il meglio di sé (e di conseguenza raggiungere anche il “risultato”).

E’ necessario che i vari ruoli e professionalità (dirigenti, allenatori, preparatori atletici, medici, genitori, ecc..)imparino a lavorare e a comunicare insieme per un unico obiettivo in modo tale che all’atleta arrivino messaggi omogenei attraverso linguaggi altrettanto omogenei.

Per facilitare questo è fondamentale far prendere coscienza al mondo sportivo che l’allenamento di tipo classico ormai non basta più.

Allenare il corpo è indispensabile, avere una buona tecnica di gioco è altrettanto indispensabile, avere una buona strategia è estremamente importante, ma più importante di tutto è disporre di un buon allenamento mentale, poiché gli errori quasi mai sono di natura tecnica, quasi sempre invece derivano dall’interferenza dei pensieri  e delle emozioni.

Scopo dell’allenamento mentale è quello di aiutare a scoprire come l’unità psicofisica mentecorpo possa determinare il livello della propria prestazione tenendo presente comunque che la preparazione psicologica non è un rito magico, la bacchetta magica per diventare campioni: essa permette la realizzazione delle potenzialità dell’atleta nel loro complesso, ottenibili pertanto con un costante impegno dell’allenamento fisico accompagnato da una personalità equilibrata.

Contrariamente a quanto ancora generalmente si pensa, dentro e fuori dal mondo sportivo, le abilità mentali si possono allenare, così come si possono allenare le capacità fisiche e motorie.

Esamininiamo ora a grandi linee le principali abilità mentali utili nello sport.

 

Come si può vedere dal grafico esse sono: la formulazione degli obiettivi, la modulazione dell’arousal cioè dell’attivazione psicofisica, il controllo dei pensieri, il controllo dell’attenzione, la gestione dello stress e il controllo delle immagini.

Innanzi tutto occorre scegliere gli obiettivi.

Quali obiettivi ?

L’obiettivo non potrà  essere il risultato ( inteso come “vittoria”), poiché  il risultato non si può allenare, mentre si può allenare la prestazione.

Infatti, quando l’unico obiettivo è il risultato, qualora il risultato non venga raggiunto ( ed è ovvio che non possa sempre essere raggiunto !):si avranno  conseguenze molto negative: molto spesso  c’è frustrazione, calo di motivazione, calo di autostima, ecc.. tutti aspetti psicologici abbastanza difficili  da “recuperare”.

Se invece si punta  al miglioramento di tutti gli aspetti che compongono il gesto sportivo (miglioramenti chiari e verificabili: a breve, medio e lungo termine)  ogni volta si avrà sicuramente un obiettivo raggiunto. Se l’atleta non vince ha comunque la possibilità di verificare che qualche miglioramento di quelli che si era proposto è stato raggiunto, ad esempio: giocare meglio, rimanere concentrato, non perdere la fiducia, divertirsi. In questo modo motivazione ed autostima dell’atleta si alimentano da soli.

Non bisogna infatti dimenticare che c’è una stretta relazione tra autostima, fiducia in se stessi e prestazione.

Gli atleti che sperimentano esperienze gratificanti, hanno una elevata fiducia accompagnata di solito da pensieri positivi.

Dubbi sulle proprie capacità personali, scarsa fiducia in se stessi e tensione – se tendono a ripetersi e a diventare cronici – impediscono la piena espressione delle proprie potenzialità.

E’ fondamentale che l’atleta impari a controllare i propri pensieri per conseguire diversi obiettivi: controllo dell’attenzione, correzione degli errori, apprendimento di abilità, elicitazione di emozioni positive, incremento della fiducia in se stessi.

Occorre poi che l’atleta impari a modulare il proprio arousal .

L’arousal è l’attivazione psicofisica giusta per quello sport, per quel momento della prestazione, per quell’atleta.

Occorre pertanto tendere a personalizzare la preparazione dell’atleta, poiché ci sono atleti che hanno bisogno di essere più rilassati, altri che hanno bisogno di essere più attivati. Nel caso di attivazione eccessiva o ridotta (e la si vede  attraverso sintomi sia fisici che comportamentali e psicologici), la prestazione non sarà ottimale.

L’impiego delle immagini, abilità che si può apprendere ed approfondire, è alla base di diverse modalità di allenamento mentale.

Alcuni atleti utilizzano spontaneamente attività immaginative per rivedere, correggere, anticipare la prestazione anche senza che qualcuno abbia insegnato loro particolari procedure.

Prima dell’esecuzione l’atleta può raffigurarsi le caratteristiche e le richieste del compito, ripetendo mentalmente le varie fasi dell’azione; durante la prestazione può ripensare ad una strategia o ad uno stimolo specifico. Al termine dell’azione può rivivere mentalmente tutte le fasi dell’azione, rilevare gli eventuali errori da correggere oppure ripetere l’esatta esecuzione per rafforzarla in memoria a lungo termine.

La prestazione sportiva richiede inoltre la capacità di mantenere l’attenzione su di un compito per una corretta esecuzione, in relazione alle richieste situazionali.

L’atleta pertanto deve imparare a: a) selezionare gli stimoli a cui rivolgere l’attenzione trascurando quelli meno rilevanti, b) spostare l’attenzione al momento opportuno verso informazioni appropriate, c) mantenere l’attenzione sugli stimoli importanti.

Lo sviluppo di un programma di allenamento appropriato include varie tecniche quali l’arresto dei pensieri, il centering, il riorientamento dell’attenzione e il rehearsal mentale e vanno comunque proposte in base alle richieste particolari della disciplina sportiva.

Una certa stabilità emotiva, con un livello relativamente basso di ansia e tensione, è una caratteristica che in generale contraddistingue gli atleti di successo.

In un programma generale di allenamento mentale, l’abilità a controllare e ad utilizzare in modo vantaggioso gli stimoli stressanti va sviluppata in sintonia con gli altri aspetti della preparazione, poiché un elevato livello di ansia (che si può manifestare sia a livello cognitivo che somatico) è nocivo per la prestazione e crea vissuti negativi di inadeguatezza e sfiducia nelle capacità personali.

A proposito dell’ansia vorrei concludere con un ultima considerazione:

la “serietà” con cui oggi tutti affrontano lo sport è nociva e controproducente, poiché crea tensione e nervosismo, fa nascere il desiderio di vincere a tutti i costi, rendendo timorosi di perdere e questo influisce in senso negativo sulla prestazione.

“Non prendete le cose seriamente. Se prendete le cose seriamente, mancate il punto della questione. La comprensione avviene quando si ha una profonda, rilassata, non seria, giocosa attitudine. Quando diventate seri, diventate tesi, vi chiudete. Quando siete giocosi possono accadere molte cose, perché nella giocosità c’è creatività, nella giocosità potete innovare” (Osho)

Angela Maria Toschi

Psicologo dello Sport*

Psicoterapeuta

(*) Socio A I P S (Associazione Italiana Psicologia dello Sport)

L’AIPS si occupa di ricerca, didattica (la preparazione dell’operatore sportivo),

applicazione (valutazione, preparazione, terapia), diffusione.

Per chi vuole saperne di più può contattare:

Centro Studi Psicologia Applicata allo Sport

AIPS BOLOGNA Via Solferino, 9 – 40124 BOLOGNA    Tel. 051.583553

AIPS – Sede Nazionale  Via E. Faà di Bruno, 67 – 00192  ROMA   Tel. 06.3722859

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